Falstaff ovvero la vendetta di Verdi
Dopo il successo trionfale di Otello (1887) che segno' il ritorno di
Verdi dopo circa sedici
anni di assenza dal teatro d'opera, Arrigo Boito provò con prudenza e diplomazia ad
instillare in Verdi l'idea di una nuova opera da realizzare insieme. Nel settembre del 1887
egli fece visita al compositore che si trovava a Sant'Agata, ma non riuscì a rimuovere le
perplessità di Verdi riguardo alla propria età avanzata. Così Boito lasciò passare un po' di
tempo prima di inviare al compositore, nel giugno 1889, l'abbozzo di un libretto per
un'opera comica tratta da Le allegre comari di Windsor di Shakespeare.
In Verdi era più o
meno consapevolmente vivo il desiderio di cimentare la sua arte, che si era esclusivamente
dedicata alla rappresentazione approfondita di tragedie e passioni sconvolgenti, nella
raffigurazione del comico.
Era questo un aspetto del linguaggio teatrale che Verdi dopo il clamoroso insuccesso della
sua seconda opera Un giorno di regno (1840) aveva evitato. Nessun'altra figura comica di
Shakespeare poteva avvincere il Maestro più di Falstaff, nel quale il comico e il tragico si
fondono in maniera unica.
Effettivamente la proposta di Boito fece subito presa su
Verdi,
una breve ed intensa corrispondenza, oltre a favorire l'accordo su determinati problemi del
libretto, servì a Boito anche per dissipare i reiterati dubbi del compositore che temeva di
non avere le forze sufficienti per compiere l'opera. Il posto eminente che il
Falstaff verdiano
occupa nella storia dell'opera non deriva esclusivamente dalla sua musica ineguagliabile,
ma anche in misura significativa dal libretto di Arrigo Boito. Questi ha saputo trasformare
magistralmente la commedia di Shakespeare in un libretto senza sacrificare le dimensioni
shakespeariane dell'argomento. In questa ultima opera Verdi volle far proprio un
atteggiamento di ridente superiorità, che intende l'intera vita come una commedia e la
risata come l'ultima risorsa del saggio.
Falstaff porta con se tutti i segni della novità
assoluta, rappresentando nella produzione verdiana e quindi nella storia dell'opera comica
italiana un inizio nuovo, quasi privo di premesse storiche. È un caso unico e senza
paragone nella storia della musica, la creazione di un nuovo stile non riusciva qui per un
intervento di giovanile audacia, ma si poneva come il risultato di un'altissima maturità
umana ed artistica, e per questo come una creazione di straordinaria compiutezza.
In
Falstaff Verdi non si riallaccia, come sarebbe stato naturale per via del genere musicale,
alla tradizione dell'opera buffa italiana che si era interrotta intorno alla metà dell' Ottocento,
ma crea un tipo completamente nuovo di commedia musicale, che sarà esemplare per
l'ulteriore sviluppo dell'opera comica italiana fino a Gianni Schicchi
di Giacomo Puccini (1917).
Dopo questa doverosa premessa passiamo a dire che il Falstaff rappresentato al
Teatro Filarmonico in seno alla stagione teatrale di Fondazione Arena di Verona 2026
crea
un continuum con il precedente Falstaff di Antonio Salieri rappresentato nella passata
stagione lirica sempre al teatro filarmonico, fissando un continuum teatrale di stili
contrapposti.
Questo Falstaff nato per il Festival Verdi di Parma nel 2017, poi ripreso
sempre a Parma, lo scorso autunno dal regista Jacopo Spirei riflette un mondo in bilico,
dove non è semplice trovare l'equilibrio.
Le scene di Nikolaus Webern appaiono sotto un
sipario costituito da un'enorme bandiera inglese che nasconde ora la piccola stanza
dell'osteria della Giarrettiera dove il protagonista trascorre il suo tempo solo o in compagnia
dei suoi sodali. Le altre scene sono invece ambientate in un paesello inglese oggi (la foto
della Regina Elisabetta II, appesa a una parete dell'osteria, viene sostituita da quella di
Carlo III nel corso dell'opera), i costumi (di Silvia Aymonino) elegantemente “british” per
alcune delle comari (e per il Falstaff che si presenta all'appuntamento galante) ma “dark”
per Quickly, Nannetta e Fenton (quest'ultimo con kilt in pelle).
La produzione segna il
debutto nel ruolo del titolo di Marco Filippo Romano, buffo di grande carriera, che crea un
ideale collegamento con i personaggi rossiniani e donizettiani sin qui frequentati portando
in dote al panciuto “Sir” un'emissione sempre ben controllata, una notevolissima musicalità
e un temperamento sorvegliato ma sempre fantasioso. Un Falstaff di voce tonda e morbida,
scenicamente disinvolto, nel cui ritratto brilla più la naturale simpatia che non la
malinconica consapevolezza del tempo che fugge. Manca forse di drammaticità e di
torbida rassegnazione il famoso monologo del terzo atto intriso di dolore e malcelata
tristezza. Ci saremmo aspettati un protagonista più accanito nel distrarre l'attenzione sulla
sua situazione di squallido buffo rancoroso e sempre beffato.
La Alice di Marta Mari si
distingue per il suo timbro, scuro e vellutato, vivacità attoriale, sempre accompagnata a un
ottimo gusto.
Luca Micheletti torna vestire i panni di Ford forte della sua magnetica
presenza scenica, il timbro scuro e la squisita attenzione all'accento ne fanno un
personaggio di grande comunicativa.
Freschezza e languore caratterizzano il canto di
Vittoriana De Amicis quale frizzante Nannetta, affiancata dal
Fenton dal bel colore vocale
e cesellata estasi amorosa di Marco Ciaponi.
Accento spiritoso e timbro vibrante sono le
carte giocate da Anna Maria Chiuri, divertentissima Quickly, così come
Marianna Mappa
conferisce a Meg una briosa espressività.
Completano la locandina l'impeccabile Dottor
Cajus di Blagoj Nacoski e i simpaticissimi Matteo Marchioni (Bardolfo) e
Mariano
Buccino (Pistola).
Sul podio, Giuseppe Grazioli forse non trova in quest'opera la giusta
misura espressiva nelle continue volute dell'orchestra che di fronte ad una partitura cosi
complessa richiederebbe uno sforzo di amalgama tra registri acuti e gravi in particolar
modo tutta la sezione degli ottoni che risulta oltremodo invadente come sonorità' rispetto ad
una timidezza del reparto degli archi, non sempre precisi e connessi al palcoscenico
creano scissioni ritmiche dalle quali ci si riprende solo dopo alcune battute.
Di qualità gli
interventi del coro areniano guidato con maestria dal maestro Roberto Gabbiani. |