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Recensione dell'opera lirica Falstaff di Giuseppe Verdi al Teatro Filarmonico di Verona

Sergio Gavioli, 09/04/2026

In breve:
Verona, 22 marzo 2026 - Recensione dell'opera lirica Falstaff di Giuseppe Verdi in scena al Teatro Filarmonico di Verona.


Falstaff ovvero la vendetta di Verdi

Dopo il successo trionfale di Otello (1887) che segno' il ritorno di Verdi dopo circa sedici anni di assenza dal teatro d'opera, Arrigo Boito provò con prudenza e diplomazia ad instillare in Verdi l'idea di una nuova opera da realizzare insieme.
Nel settembre del 1887 egli fece visita al compositore che si trovava a Sant'Agata, ma non riuscì a rimuovere le perplessità di Verdi riguardo alla propria età avanzata. Così Boito lasciò passare un po' di tempo prima di inviare al compositore, nel giugno 1889, l'abbozzo di un libretto per un'opera comica tratta da Le allegre comari di Windsor di Shakespeare.
In Verdi era più o meno consapevolmente vivo il desiderio di cimentare la sua arte, che si era esclusivamente dedicata alla rappresentazione approfondita di tragedie e passioni sconvolgenti, nella raffigurazione del comico. Era questo un aspetto del linguaggio teatrale che Verdi dopo il clamoroso insuccesso della sua seconda opera Un giorno di regno (1840) aveva evitato.
Nessun'altra figura comica di Shakespeare poteva avvincere il Maestro più di Falstaff, nel quale il comico e il tragico si fondono in maniera unica.

Effettivamente la proposta di Boito fece subito presa su Verdi, una breve ed intensa corrispondenza, oltre a favorire l'accordo su determinati problemi del libretto, servì a Boito anche per dissipare i reiterati dubbi del compositore che temeva di non avere le forze sufficienti per compiere l'opera.
Il posto eminente che il Falstaff verdiano occupa nella storia dell'opera non deriva esclusivamente dalla sua musica ineguagliabile, ma anche in misura significativa dal libretto di Arrigo Boito.
Questi ha saputo trasformare magistralmente la commedia di Shakespeare in un libretto senza sacrificare le dimensioni shakespeariane dell'argomento. In questa ultima opera Verdi volle far proprio un atteggiamento di ridente superiorità, che intende l'intera vita come una commedia e la risata come l'ultima risorsa del saggio.

Falstaff

Falstaff porta con se tutti i segni della novità assoluta, rappresentando nella produzione verdiana e quindi nella storia dell'opera comica italiana un inizio nuovo, quasi privo di premesse storiche. È un caso unico e senza paragone nella storia della musica, la creazione di un nuovo stile non riusciva qui per un intervento di giovanile audacia, ma si poneva come il risultato di un'altissima maturità umana ed artistica, e per questo come una creazione di straordinaria compiutezza.

In Falstaff Verdi non si riallaccia, come sarebbe stato naturale per via del genere musicale, alla tradizione dell'opera buffa italiana che si era interrotta intorno alla metà dell' Ottocento, ma crea un tipo completamente nuovo di commedia musicale, che sarà esemplare per l'ulteriore sviluppo dell'opera comica italiana fino a Gianni Schicchi di Giacomo Puccini (1917).

Dopo questa doverosa premessa passiamo a dire che il Falstaff rappresentato al Teatro Filarmonico in seno alla stagione teatrale di Fondazione Arena di Verona 2026 crea un continuum con il precedente Falstaff di Antonio Salieri rappresentato nella passata stagione lirica sempre al teatro filarmonico, fissando un continuum teatrale di stili contrapposti.

Questo Falstaff nato per il Festival Verdi di Parma nel 2017, poi ripreso sempre a Parma, lo scorso autunno dal regista Jacopo Spirei riflette un mondo in bilico, dove non è semplice trovare l'equilibrio.

Le scene di Nikolaus Webern appaiono sotto un sipario costituito da un'enorme bandiera inglese che nasconde ora la piccola stanza dell'osteria della Giarrettiera dove il protagonista trascorre il suo tempo solo o in compagnia dei suoi sodali.
Le altre scene sono invece ambientate in un paesello inglese oggi (la foto della Regina Elisabetta II, appesa a una parete dell'osteria, viene sostituita da quella di Carlo III nel corso dell'opera), i costumi (di Silvia Aymonino) elegantemente “british” per alcune delle comari (e per il Falstaff che si presenta all'appuntamento galante) ma “dark” per Quickly, Nannetta e Fenton (quest'ultimo con kilt in pelle).

La produzione segna il debutto nel ruolo del titolo di Marco Filippo Romano, buffo di grande carriera, che crea un ideale collegamento con i personaggi rossiniani e donizettiani sin qui frequentati portando in dote al panciuto “Sir” un'emissione sempre ben controllata, una notevolissima musicalità e un temperamento sorvegliato ma sempre fantasioso. Un Falstaff di voce tonda e morbida, scenicamente disinvolto, nel cui ritratto brilla più la naturale simpatia che non la malinconica consapevolezza del tempo che fugge. Manca forse di drammaticità e di torbida rassegnazione il famoso monologo del terzo atto intriso di dolore e malcelata tristezza. Ci saremmo aspettati un protagonista più accanito nel distrarre l'attenzione sulla sua situazione di squallido buffo rancoroso e sempre beffato.

La Alice di Marta Mari si distingue per il suo timbro, scuro e vellutato, vivacità attoriale, sempre accompagnata a un ottimo gusto.

Luca Micheletti torna vestire i panni di Ford forte della sua magnetica presenza scenica, il timbro scuro e la squisita attenzione all'accento ne fanno un personaggio di grande comunicativa.

Freschezza e languore caratterizzano il canto di Vittoriana De Amicis quale frizzante Nannetta, affiancata dal Fenton dal bel colore vocale e cesellata estasi amorosa di Marco Ciaponi.

Accento spiritoso e timbro vibrante sono le carte giocate da Anna Maria Chiuri, divertentissima Quickly, così come Marianna Mappa conferisce a Meg una briosa espressività.

Completano la locandina l'impeccabile Dottor Cajus di Blagoj Nacoski e i simpaticissimi Matteo Marchioni (Bardolfo) e Mariano Buccino (Pistola).

Sul podio, Giuseppe Grazioli forse non trova in quest'opera la giusta misura espressiva nelle continue volute dell'orchestra che di fronte ad una partitura cosi complessa richiederebbe uno sforzo di amalgama tra registri acuti e gravi in particolar modo tutta la sezione degli ottoni che risulta oltremodo invadente come sonorità' rispetto ad una timidezza del reparto degli archi, non sempre precisi e connessi al palcoscenico creano scissioni ritmiche dalle quali ci si riprende solo dopo alcune battute.

Di qualità gli interventi del coro areniano guidato con maestria dal maestro Roberto Gabbiani.

 
 
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