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Recensione La traviata in scena all'Arena di Verona

Sergio Gavioli, 24/06/2026

In breve:
Verona, 13 giugno 2026 - Recensione dell'opera lirica La Traviata di Giuseppe Verdi che ha inaugurato la 103esima edizione della stagione lirica dell'Arena di Verona 2026.


L'inaugurazione della 103esima edizione della stagione lirica dell'Arena di Verona viene affidata all'opera più rappresentata di tutti tempi: La Traviata di Giuseppe Verdi.
Questa nuova produzione detta anche “Moulin Rouge” viene affidata per quanto riguarda la regia a Paul Curran, regista scozzese che da moltissimi anni firma le regie nei più importanti teatri italiani e mondiali, le scene sono di Juan Guillermo Nova i costumi di Stefano Ciammitti, coreografie Kyle Lang.

Ispirato da un romanzo di Alexandre Dumas figlioLa signora delle camelie”, La Traviata è parte integrante del cosiddetto "trittico" del quale fanno parte anche “Rigoletto” e “Trovatore”.
Sono "gli anni galera". Tutta la prima fase della giovinezza di Verdi si era in effetti svolta all'insegna dell'insofferenza nei confronti del "sublime" melodrammatico corrente, sia nelle sue espressioni drammaturgiche sia in quelle musicali.
Il rifiuto della donna, dell'innamorato virtuoso per obbligo, della conclusione a tutti i costi morale, ma di una morale vecchio stampo, illuministica, percorre tutti i suoi primi lavori. Già col Macbeth, Verdi aveva raggiunto un risultato dirompente.

Ma per Verdi occorreva andar oltre, il che avvenne, nell'opinione dei critici, nella famosa trilogia scritta intorno agli anni '50: Rigoletto, Il Trovatore, La Traviata.

Trilogia popolare, come anche si è chiamata, in cui Verdi ormai appare libero da ogni impaccio, si muove con assoluta sicurezza di intenti e di mano. Senonché non senza ragione Gabriele Baldini propose di «smembrare l'unità di codesta trilogia» ritenendo che Il Trovatore si muovesse su un piano diverso, di intenzioni e di risultati, da quello delle altre due opere e ipotizzando piuttosto che convenisse saldare la trilogia con quella Luisa Miller il cui soggetto atroce apre la strada a Rigoletto e che, musicalmente, contiene diversi anticipi di Traviata. In effetti la linea diventa in tal modo assai più riconoscibile.

Luisa Miller, soggetto da opera semiseria, si era spogliato del lieto fine e di ogni connotazione buffa e di carattere. Rigoletto era andato oltre, mostrando la deformità morale del "bello" incarnato dal Duca e la "bellezza" interiore del "deforme" gobbo. Con La Traviata il passo più audace, la vicenda discende dal livello delle corti, dei nobili, giù fino al milieu
borghese, che era appunto quello che andava a teatro.

Il 6 marzo 1853 La Traviata di Verdi cadde clamorosamente alla Fenice di Venezia. Ma si trattò di un insuccesso previsto e prevedibile, era una certa resistenza al soggetto e alla musica, da parte del teatro, dei cantanti, del pubblico (che tuttavia Verdi evita di tirare in ballo). E prevedibile, di conseguenza, la resistenza da parte di difensori dell'ancien régime.

Mettere in scena "una puttana", come Verdi non mancò di definire la sua Violetta, cambiava a tal punto le carte sul tavolo del teatro musicale italiano, che non si può dar torto a chi all'epoca voleva restar fedele al passato. Ma per il resto, sul vero senso di questa operazione, destinata comunque a riuscire perfettamente, occorrerà intendersi, che valeva quanto
e forse più del successo parigino di Dumas.
L'opera si risollevò, come suol dirsi, nel 1854, ancora a Venezia, questa volta al S. Benedetto, ma non certo per via delle poche correzioni apportate alla partitura. Già dall'anno prima Marie Duplessis, divenuta Marguerite Gautier e poi Violetta Valéry, era entrata nell'immortalità, era divenuta un simbolo dell'eterna vicenda di amore, giovinezza e morte. Ma lo era divenuta con vesti e connotati "nuovi" perché perfettamente calati nel proprio tempo.

La versione areniana di Curran anche ribattezzata “Moulin Rouge” è centrata come periodo storico intorno agli anni della belle époque. Le scenografie mastodontiche sono grandiose.
La scena è sovrastata da due enormi colonne ai lati del proscenio che fanno da limite ad un enorme boccascena che dovrebbe ricordare quello del Moulin Rouge di Parigi. Tantissimi del resto sono i riferimenti a quell'icona degli eccessi parigina. Una ruota stilizzata campeggia sulla scena, un enorme elefante bifronte si muove avanti e indietro accogliendo anche sulla groppa un aria di Violetta nel primo atto, “E' strano, nel core scolpiti quegli accenti”. Spropositato è sempre e comunque nelle produzioni arenane l'uso di comparse mimi ballerini che fanno da contorno ad uno svolgersi della vicenda. Tantissimi i privè durante la festa del primo atto e del secondo dove amoreggiano esseri umani dello stesso sesso e non solo. Gli interpreti si muovono dentro una scena sempre molto affollata e schiacciata verso il golfo mistico e si riesce a malapena a scorgere i personaggi principali, a volte troppo confusi nel marasma di masse coinvolte.

Nel ruolo del titolo ovvero Violetta Valery è impegnato il soprano Gilda Fiume, artista di lunga data che da qualche tempo a Verona ha trovato terreno fertile per le sue esibizioni. I Costumi voluminosi e pesanti, come sempre, sono un ostacolo agli artisti che si devono muovere con agilità sul palco e in maggior misura se aggiungiamo le temperature non proprio primaverili di questo periodo. Gilda Fiume fa il possibile per rendere tutto più naturale e vocalmente agile, però nonostante il suo impegno risulta un po' appesantita e poco reattiva agli stimoli che vengono dal podio. Le scene si susseguono vorticosamente e la protagonista è costretta da una stringente regia a muoversi da una parte all'altra della scena anche a salire una ripida scala per cantare sopra la groppa dell'enorme elefante che campeggia sulla scena. Ne consegue nell'epilogo del primo atto “Sempre libera degg'io” una mancanza di fiato e di conseguenza ne risente tutta la parte di agilità che il pubblico aspetta in ansia, compreso il famoso mi bemolle da tenere ad libitum per tutti i soprani del mondo e mollato in questo caso molto velocemente.

Meglio gli altri due atti molto più statici dal punto di vista registico dove la Fiume si è distinta soprattutto nella famosissima aria “Addio del passato”.

Alfredo Germon interpretato dal tenore messicano-americano Galeano Salas: una voce perfetta per questo ruolo, squillante armoniosa sensuale con un timbro veramente interessante mai invadente con una musicalità notevole riesce a districarsi nel complesso labirinto della partitura verdiana che riserva ai personaggi notevoli difficoltà nella tessitura vocale.
Nei duetti con Violetta o con il padre, nel secondo atto, risulta sempre perfettamente omogeneo e la qualità della sua voce risulta un collante perfetto per unire i colori delle diverse espressioni vocali. Ma è nel momento della rivelazione, ovvero nell'aria “O mio rimorso! O Infamia” del secondo atto che Salas ci regala un do di petto esplosivo che raccoglie una messe di applausi entusiasti.

Il ruolo del padre di Alfredo cioè Giorgio Germont è affidato all'onnipresente baritono mongolo Amartuvshin Enkhabat. Qui ci sarebbe da aprire una grossa parentesi in quanto al netto delle doti vocali del baritono e della sua indiscussa musicalità e attenzione per tutto ciò che la partitura richiede, in termini di agonica e di approccio drammaturgo, la sua interpretazione risulta forse un po' sopra le righe e un pelo fuori da quello che l'omogeneità delle altre voci dei protagonisti. Insomma, forse la sua interpretazione e la sua vocalità risultano
un pelo debordanti in relazione alle altre voci presenti sul palco soprattutto nel duetto con Violetta che praticamente scompare nelle volute e seste parallele.
Degno di nota, nonostante queste considerazioni, il famosissimo “Di Provenza il mare e il suol” punto di svolta nel rapporto tra Alfredo e Giorgio Germon, che il baritono risolve con maestria non senza accenti un po' troppo paternalistici e un po' troppa enfasi.

La direzione musicale dell'opera è affidata al direttore Michele Spotti, giovane direttore italiano che sta portando il nome dell'Italia in tutto il mondo.
In questa Traviata ha dato sfoggio di una raffinatezza non indifferente sia nell'interpretazione del preludio al primo atto che ha visto momenti di sublime trasporto trovando sonorità apollinee sia nello svolgimento della partitura equilibrando sapientemente gli sfoghi dell'orchestra con il palcoscenico.

A completare il cast ricordiamo: Flora Bervoix - Anna Werle, Annina - Francesca Maionchi, Gastone - Carlo Bosi, Barone Douphol - Nicolò Ceriani, Marchese d'Obigny - Gezim Myshketa, Dottore Grenvil - Mariano Buccino, Giuseppe - Francesco Pittari, Domestico commissionario - Carlo Bombieri.

Grande protagonista anche il coro diretto da Roberto Gabbiani.

Al termine della rappresentazione sinceri applausi del folto pubblico presente.

 
 
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