L'inaugurazione della 103esima edizione della stagione lirica dell'Arena
di Verona viene affidata all'opera più rappresentata di tutti tempi:
La Traviata di Giuseppe Verdi. Questa nuova produzione detta
anche “Moulin Rouge” viene affidata per quanto
riguarda la regia a Paul Curran, regista scozzese che da
moltissimi anni firma le regie nei più importanti teatri italiani e mondiali, le
scene sono di Juan Guillermo Nova i costumi di Stefano
Ciammitti, coreografie Kyle Lang.
Ispirato da
un romanzo di Alexandre Dumas figlio “La signora delle
camelie”, La Traviata è parte integrante del
cosiddetto "trittico" del quale fanno parte anche “Rigoletto” e
“Trovatore”. Sono "gli anni galera". Tutta la prima fase
della giovinezza di Verdi si era in effetti svolta all'insegna dell'insofferenza
nei confronti del "sublime" melodrammatico corrente, sia nelle sue espressioni
drammaturgiche sia in quelle musicali. Il rifiuto della donna,
dell'innamorato virtuoso per obbligo, della conclusione a tutti i costi morale,
ma di una morale vecchio stampo, illuministica, percorre tutti i suoi primi
lavori. Già col Macbeth, Verdi aveva raggiunto un risultato dirompente.
Ma per Verdi occorreva andar oltre, il che avvenne, nell'opinione dei critici,
nella famosa trilogia scritta intorno agli anni '50: Rigoletto, Il Trovatore, La
Traviata.
Trilogia popolare, come anche si è chiamata, in cui Verdi
ormai appare libero da ogni impaccio, si muove con assoluta sicurezza di intenti
e di mano. Senonché non senza ragione Gabriele Baldini propose
di «smembrare l'unità di codesta trilogia» ritenendo che Il Trovatore si
muovesse su un piano diverso, di intenzioni e di risultati, da quello delle
altre due opere e ipotizzando piuttosto che convenisse saldare la trilogia con
quella Luisa Miller il cui soggetto atroce apre la strada a Rigoletto e che,
musicalmente, contiene diversi anticipi di Traviata. In effetti la linea diventa
in tal modo assai più riconoscibile.
Luisa Miller, soggetto da opera
semiseria, si era spogliato del lieto fine e di ogni connotazione buffa e di
carattere. Rigoletto era andato oltre, mostrando la deformità morale del "bello"
incarnato dal Duca e la "bellezza" interiore del "deforme" gobbo. Con La
Traviata il passo più audace, la vicenda discende dal livello delle corti, dei
nobili, giù fino al milieu borghese, che era appunto quello che andava a
teatro.
Il 6 marzo 1853 La Traviata di Verdi cadde clamorosamente alla
Fenice di Venezia. Ma si trattò di un insuccesso previsto e prevedibile, era una
certa resistenza al soggetto e alla musica, da parte del teatro, dei cantanti,
del pubblico (che tuttavia Verdi evita di tirare in ballo). E prevedibile, di
conseguenza, la resistenza da parte di difensori dell'ancien régime.
Mettere in scena "una puttana", come Verdi non mancò di definire la sua
Violetta, cambiava a tal punto le carte sul tavolo del teatro musicale italiano,
che non si può dar torto a chi all'epoca voleva restar fedele al passato. Ma per
il resto, sul vero senso di questa operazione, destinata comunque a riuscire
perfettamente, occorrerà intendersi, che valeva quanto e forse più del
successo parigino di Dumas. L'opera si risollevò, come suol dirsi, nel 1854,
ancora a Venezia, questa volta al S. Benedetto, ma non certo per via delle poche
correzioni apportate alla partitura. Già dall'anno prima Marie Duplessis,
divenuta Marguerite Gautier e poi Violetta Valéry, era entrata nell'immortalità,
era divenuta un simbolo dell'eterna vicenda di amore, giovinezza e morte. Ma lo
era divenuta con vesti e connotati "nuovi" perché perfettamente calati nel
proprio tempo.
La versione areniana di Curran anche ribattezzata “Moulin
Rouge” è centrata come periodo storico intorno agli anni della belle époque. Le
scenografie mastodontiche sono grandiose. La scena è sovrastata da due
enormi colonne ai lati del proscenio che fanno da limite ad un enorme boccascena
che dovrebbe ricordare quello del Moulin Rouge di Parigi. Tantissimi del resto
sono i riferimenti a quell'icona degli eccessi parigina. Una ruota stilizzata
campeggia sulla scena, un enorme elefante bifronte si muove avanti e indietro
accogliendo anche sulla groppa un aria di Violetta nel primo atto, “E' strano,
nel core scolpiti quegli accenti”. Spropositato è sempre e comunque nelle
produzioni arenane l'uso di comparse mimi ballerini che fanno da contorno ad uno
svolgersi della vicenda. Tantissimi i privè durante la festa del primo atto e
del secondo dove amoreggiano esseri umani dello stesso sesso e non solo. Gli
interpreti si muovono dentro una scena sempre molto affollata e schiacciata
verso il golfo mistico e si riesce a malapena a scorgere i personaggi
principali, a volte troppo confusi nel marasma di masse coinvolte.
Nel
ruolo del titolo ovvero Violetta Valery è impegnato il soprano
Gilda Fiume, artista di lunga data che da qualche tempo a Verona ha
trovato terreno fertile per le sue esibizioni. I Costumi voluminosi e pesanti,
come sempre, sono un ostacolo agli artisti che si devono muovere con agilità sul
palco e in maggior misura se aggiungiamo le temperature non proprio primaverili
di questo periodo. Gilda Fiume fa il possibile per rendere tutto più naturale e
vocalmente agile, però nonostante il suo impegno risulta un po' appesantita e
poco reattiva agli stimoli che vengono dal podio. Le scene si susseguono
vorticosamente e la protagonista è costretta da una stringente regia a muoversi
da una parte all'altra della scena anche a salire una ripida scala per cantare
sopra la groppa dell'enorme elefante che campeggia sulla scena. Ne consegue
nell'epilogo del primo atto “Sempre libera degg'io” una mancanza di
fiato e di conseguenza ne risente tutta la parte di agilità che il pubblico
aspetta in ansia, compreso il famoso mi bemolle da tenere ad libitum per tutti i
soprani del mondo e mollato in questo caso molto velocemente.
Meglio gli
altri due atti molto più statici dal punto di vista registico dove la Fiume si è
distinta soprattutto nella famosissima aria “Addio del passato”.
Alfredo Germon interpretato dal tenore messicano-americano
Galeano Salas: una voce perfetta per questo ruolo, squillante armoniosa
sensuale con un timbro veramente interessante mai invadente con una musicalità
notevole riesce a districarsi nel complesso labirinto della partitura verdiana
che riserva ai personaggi notevoli difficoltà nella tessitura vocale. Nei
duetti con Violetta o con il padre, nel secondo atto, risulta sempre
perfettamente omogeneo e la qualità della sua voce risulta un collante perfetto
per unire i colori delle diverse espressioni vocali. Ma è nel momento della
rivelazione, ovvero nell'aria “O mio rimorso! O Infamia” del secondo
atto che Salas ci regala un do di petto esplosivo che raccoglie una messe di
applausi entusiasti.
Il ruolo del padre di Alfredo cioè
Giorgio Germont è affidato all'onnipresente baritono mongolo
Amartuvshin Enkhabat. Qui ci sarebbe da aprire una grossa parentesi in
quanto al netto delle doti vocali del baritono e della sua indiscussa musicalità
e attenzione per tutto ciò che la partitura richiede, in termini di agonica e di
approccio drammaturgo, la sua interpretazione risulta forse un po' sopra le
righe e un pelo fuori da quello che l'omogeneità delle altre voci dei
protagonisti. Insomma, forse la sua interpretazione e la sua vocalità risultano
un pelo debordanti in relazione alle altre voci presenti sul palco soprattutto
nel duetto con Violetta che praticamente scompare nelle volute e seste
parallele. Degno di nota, nonostante queste considerazioni, il famosissimo “Di
Provenza il mare e il suol” punto di svolta nel rapporto tra Alfredo e
Giorgio Germon, che il baritono risolve con maestria non senza accenti un po'
troppo paternalistici e un po' troppa enfasi.
La direzione musicale
dell'opera è affidata al direttore Michele Spotti, giovane
direttore italiano che sta portando il nome dell'Italia in tutto il mondo.
In questa Traviata ha dato sfoggio di una raffinatezza non indifferente sia
nell'interpretazione del preludio al primo atto che ha visto momenti di sublime
trasporto trovando sonorità apollinee sia nello svolgimento della partitura
equilibrando sapientemente gli sfoghi dell'orchestra con il palcoscenico.
A completare il cast ricordiamo: Flora Bervoix - Anna Werle,
Annina - Francesca Maionchi, Gastone -
Carlo Bosi, Barone Douphol - Nicolò Ceriani,
Marchese d'Obigny - Gezim Myshketa, Dottore
Grenvil - Mariano Buccino, Giuseppe -
Francesco Pittari, Domestico commissionario - Carlo
Bombieri.
Grande protagonista anche il coro diretto da Roberto Gabbiani.
Al termine della rappresentazione sinceri applausi del folto pubblico
presente.
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