Secondo titolo in cartellone per la stagione lirica 2026 all'Arena di Verona Aida di Giuseppe Verdi.
Si ripropone l'allestimento del 2023 che ha inaugurato le celebrazioni del centenario.
Tale messa
in scena è stata affidata a Stefano Poda ed ha segnato il debutto assoluto del regista trentino
in
quel di Verona. Poda firma oltre alla regia anche le scene i
costumi, luci, e coreografie.
Aida è sicuramente ad oggi l'opera più rappresentata all'Arena di
Verona dove dal 1913 (prima rappresentazione assoluta con le scenografie dell'architetto
veronese Ettore Fagiuoli) è immancabilmente riproposta ogni anno.
Si può facilmente
pensare che l'arena di Verona sia il luogo più consono al mondo dove rappresentare quest'opera.
E' ormai leggenda che Aida fosse stata pensata per l'inaugurazione del canale di Suez. Niente di
più lontano dalla realtà in quanto il canale fu inaugurato il 19 novembre 1869. A Verdi fu chiesto
comunque di realizzare un brano per questa ricorrenza ma il maestro rifiutò seccamente data la
sua innata idiosincrasia per i pezzi d'occasione. Nemmeno che Aida fosse stata scritta
per
l'inaugurazione del teatro de Il Cairo è vera. Fu comunque un'opera di Verdi a inaugurare quel
teatro, ma fu il Rigoletto.
La proposta di Aida arrivò sul tavolo di Verdi molto dopo quel 1º
novembre 1869, nella primavera del 1870 quando Camille Du Locle, librettista, impresario teatrale
e regista teatrale francese, con il quale Verdi strinse amicizia dopo l'esperienza parigina di
Don
Carlos andato in scena l'11 marzo 1867 per il quale Du Locle completò il libretto dopo la morte di
Joseph Méry, propose al musicista alcuni soggetti per nuove opere.
Molti furono esaminati da
Verdi ma quello che che più lo incuriosì fu uno scritto di quattro pagine dell'egittologo francese
Auguste Mariette, archeologo di spicco nello studio dell'Egitto antico. Non si sa bene se questo
testo sia veramente frutto della fantasia di Mariette o se abbia decifrato qualche antico papiro o
ascoltato il racconto di qualche vecchio egiziano o attinto da un vecchio melodramma come la
“Nitteti” metastasiana del lontano 1756 o, ancora, fosse un testo scritto da suo fratello Eduard.
Fatto sta che, per trasformare il testo in un'opera lirica, era necessario che qualcuno ne
componesse la musica e quindi trovare un compositore di alto rango.
Verdi accettò la sfida, tanto
che già il 2 giugno scrive a Ricordi chiedendogli se Ghislanzoni è disponibile per stendere il
libretto. La realizzazione dello spettacolo fu affidata interamente ad
Auguste Mariette che ne
concepì l'impianto scenico e i costumi basato sulle sue profonde conoscenze di archeologo che
gli consentì di dare a tutto lo spettacolo la caratteristica “egizia” necessaria in un certo senso era
una sorta di celebrazione della storia e del mondo dell'antico Egitto. Per realizzarla Mariette si
recò a Parigi ed è proprio qui che si verificò un inconveniente, lo scoppio della cosiddetta guerra
Franco-Prussiana che avvenne nel luglio del 1870 terminando poi nel maggio del 1871.
I confini
furono chiusi e quindi fu impossibile trasferire il lavoro di Mariette a Il Cairo rendendo, di fatto,
impraticabile la data di gennaio 1871 per la prima assoluta di Aida che fu quindi, spostata a fine
anno alla data, appunto, del 24 dicembre 1871.
La prima esecuzione finì con un trionfo assoluto.
Sotto la bacchetta di Giovanni Bottesini, direttore che da accordi fu scelto da Verdi stesso.
La
partitura ebbe, secondo le cronache, adeguato rilievo.
Anche dopo cosi tanti anni, Aida rimane
sempre il luogo dell'anima dove sentimenti, emozioni, amori eroici, trovano la loro sublimazione
nell'azione scenica imperturbabile.
Il dovuto rispetto per la tradizione non impedisce però a Poda
di viaggiare nel tempo e di traslare la vicenda in un mondo fantastico onirico quasi
cinematografico fatto di luce, tanta luce, simboli di una civiltà passata o futura i cui resti dolorosi
e divelti poggiano sulle gradinate in fondo all'enorme palcoscenico inclinato.
L'enorme schetro di
una mano meccanica domina e sovrasta tutto. Questa mano è il monumento all'uomo nella sua
dimensione più alta, nella quale deve scegliere come utilizzare le proprie infinite possibilità: per il
bene, o per il male. La mano è come simbolo dell'uomo: la mano che costruisce e distrugge, che
combatte e prega, che colpisce oppure sfiora. La mano è come simbolo della pace e della guerra,
come dimostra la recente scoperta di una necropoli di mani tagliate ai nemici proprio in Egitto.
E' una mano che oggi diventa anche meccanica e simbolo della tecnologia e dell'intelligenza
artificiale.
In questa scena sconfinata si muovono i protagonisti del dramma verdiano , in primis
Aida, schiava etiope interpretata dal soprano Maria José Siri, di provata esperienza molto
apprezzata nei teatri di tutto il mondo in particolare qui a Verona dove sembra avere un feeling
particolare con il pubblico. La sua interpretazione, sempre misurata, coglie gli aspetti più nascosti
del personaggio. La sua attrazione verso l'eroe Radames e il rispetto verso
Amneris, la devozione
verso il padre nemico la pongono in una zona mediana lacerata da profondi sentimenti
contrastanti. Vocalmente è in sintonia piena con quello che Verdi richiede a questo personaggio.
Suadenti fraseggi eloquenti acclamazioni e acuti chiari e squillanti riempiono l'anfiteatro. I
duetti e i concertati sopratutto del finale secondo la vedono sempre svettare con acuti pieni e
sicuri. Ma è nel terzo atto nella famosissima aria “O patria mia” che
Siri riesce a sublimare la
bellezza della voce con la maestria del fraseggio duettando con l'oboe dell'orchestra e portando il
pubblico in estasi.
Il ruolo di Radames è affidato al tenore azero Yusif Eyvazov,
anche lui ormai
figura irrinunciabile nei cast areniani. Il suo ingresso con “Celeste Aida” ci riporta ad un epoca
dove la figura dell'eroe si rappresentava anche fisicamente in figure maschili potenti
eloquentemente meravigliose, statuarie. La sua presenza in scena si nota per la sicurezza il tono
fiero e la vocalità quasi debordante. Precisissimo nella tessitura vocale, gli acuti
sono squillanti, declamati i
respiri sempre calibrati, studiati per agevolare il fraseggio. Nelle parti di assieme calibra il
suono per amalgamarsi con il resto della compagnia in funzione di un pensiero non egemone del
personaggio.
Nel ruolo di Amneris troviamo la mezzosoprano francese Clementine Margaine.
Voce bruna, ampissima e possente, dispiega un canto magistrale che supera ogni più impervio
scoglio della parte senza problemi. Ogni frase, ogni parola di Amneris è “vera”, è detta con
l'enfasi giusta senza mai diventare grottesca ma al contempo mantenendo quella regalità che ci si
aspetta da una principessa d'Egitto. Margaine crea un personaggio femminile carico di sensualità
la cui perfidia riesce a restare sottopelle sempre, non si espone mai nemmeno nei momenti più
scoperti creando una vera macchina del male pur restando “innocente”. Affronta poi gli oltre
trenta minuti della scena del giudizio battendosi come una leonessa. Impressionante, infatti,
sono la
forza sia dei suoi silenzi sia dei suoi acuti, regalando così al pubblico il punto più alto della serata
e dando al proprio personaggio il valore di protagonista, quale in effetti è.
Amonasro è il baritono
mongolo Amartuvshin Enkhabat, potentissimo nella sua tessitura vocale. I bassi
sono pieni e vigorosi,
il fraseggio è portato sempre all'estremo per dare tensione e drammaricità ad un personaggio essenziale, psicologicamente cruciale
allo svolgimento dell'azione: è lui che, sin dalla sua entrata, cambia la direzione della storia di
quest'opera, e soprattutto è un'eccellente incarnazione del tipico padre verdiano
che “distrugge” il
figlio, o la figlia, come in questo caso. E' un re che deve e vuole salvare la sua terra e la sua gente
a tutti i costi. In una sublime melodia come “Rivedrai le foreste imbalsamate” si nasconde
l'essenza, l'ambiguità, se vogliamo, del personaggio: se le sue intenzioni sono nobili, il risultato
però è in pratica la condanna a morte della figlia, motivo questo, come accennato, tipicamente
verdiano.
Completano il cast IL Re e Ramfis interpretati rispettivamente dal basso
Abramo
Rosalen e dal basso Simon Lim e il messaggero dal tenore
Carlo Bosi: tutti rigorosamente nei
loro rispettivi ruoli inappuntabili come stile di canto e presenza scenica. Particolare menzione al
soprano Francesca Maionchi gran sacerdotessa ruolo di grande impatto drammatico: è lei a
intonare il canto mistico e la danza sacra nel tempio di Vulcano "Possente possente Fthà” durante
la consacrazione di Radamès come comandante dell'esercito egiziano.
La direzione d'orchestra è
stata affidata ad un mostro sacro come Daniel Oren il quale non ha certo bisogno di
presentazioni, presente nei cartelloni areniani da più di quarant'anni. Ha diretto le più importanti
prime all'Arena segnando autentici record di pubblico e di consensi. La “sua” Aida risulta via via
che gli anni passano sempre più intima sempre meno fragorosa, meno spettacolare
(nell'accezione più positiva del termine). E' come se il suo sguardo si sia affinato verso i punti più
nascosti della narrazione lasciando la spettacolarizzazione l'esagerazione la grandiosità del trionfo
una necessario passaggio per raccontare vicende più intime e private. Il maestro riesce a portare i
musicisti dell'orchestra a delineare sonorità ora al limite dell'udibile creando atmosfere rarefatte
ora a potenti cluster sonori sempre perfettamente calibrati.
Per finire, un giusto riconoscimento al
coro diretto magistralmente dal maestro Roberto Gabbiani che sempre ha sotto controllo lo
svolgersi della scena in un continuo susseguirsi di movimenti frenetici o calibrati e che riesce
nell'intento di amalgamare un suono riconoscibile ovunque con un cosi grande numero di artisti. |