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Recensione opera lirica Aida di Giuseppe Verdi all'Arena di Verona

Sergio Gavioli, 30/06/2026

In breve:
Verona, 19 giugno 2026 - Recensione dell'opera lirica "Aida" di Giuseppe Verdi in scena all'Arena di Verona nella stagione 2026.


Secondo titolo in cartellone per la stagione lirica 2026 all'Arena di Verona Aida di Giuseppe Verdi.

Si ripropone l'allestimento del 2023 che ha inaugurato le celebrazioni del centenario.

Tale messa in scena è stata affidata a Stefano Poda ed ha segnato il debutto assoluto del regista trentino in quel di Verona.
Poda firma oltre alla regia anche le scene i costumi, luci, e coreografie. Aida è sicuramente ad oggi l'opera più rappresentata all'Arena di Verona dove dal 1913 (prima rappresentazione assoluta con le scenografie dell'architetto veronese Ettore Fagiuoli) è immancabilmente riproposta ogni anno.

Si può facilmente pensare che l'arena di Verona sia il luogo più consono al mondo dove rappresentare quest'opera. E' ormai leggenda che Aida fosse stata pensata per l'inaugurazione del canale di Suez. Niente di più lontano dalla realtà in quanto il canale fu inaugurato il 19 novembre 1869. A Verdi fu chiesto comunque di realizzare un brano per questa ricorrenza ma il maestro rifiutò seccamente data la sua innata idiosincrasia per i pezzi d'occasione. Nemmeno che Aida fosse stata scritta per l'inaugurazione del teatro de Il Cairo è vera. Fu comunque un'opera di Verdi a inaugurare quel teatro, ma fu il Rigoletto.

La proposta di Aida arrivò sul tavolo di Verdi molto dopo quel 1º novembre 1869, nella primavera del 1870 quando Camille Du Locle, librettista, impresario teatrale e regista teatrale francese, con il quale Verdi strinse amicizia dopo l'esperienza parigina di Don Carlos andato in scena l'11 marzo 1867 per il quale Du Locle completò il libretto dopo la morte di Joseph Méry, propose al musicista alcuni soggetti per nuove opere.
Molti furono esaminati da Verdi ma quello che che più lo incuriosì fu uno scritto di quattro pagine dell'egittologo francese Auguste Mariette, archeologo di spicco nello studio dell'Egitto antico.

Non si sa bene se questo testo sia veramente frutto della fantasia di Mariette o se abbia decifrato qualche antico papiro o ascoltato il racconto di qualche vecchio egiziano o attinto da un vecchio melodramma come la “Nitteti” metastasiana del lontano 1756 o, ancora, fosse un testo scritto da suo fratello Eduard. Fatto sta che, per trasformare il testo in un'opera lirica, era necessario che qualcuno ne componesse la musica e quindi trovare un compositore di alto rango.

Verdi accettò la sfida, tanto che già il 2 giugno scrive a Ricordi chiedendogli se Ghislanzoni è disponibile per stendere il libretto.
La realizzazione dello spettacolo fu affidata interamente ad Auguste Mariette che ne concepì l'impianto scenico e i costumi basato sulle sue profonde conoscenze di archeologo che gli consentì di dare a tutto lo spettacolo la caratteristica “egizia” necessaria in un certo senso era una sorta di celebrazione della storia e del mondo dell'antico Egitto.
Per realizzarla Mariette si recò a Parigi ed è proprio qui che si verificò un inconveniente, lo scoppio della cosiddetta guerra Franco-Prussiana che avvenne nel luglio del 1870 terminando poi nel maggio del 1871.
I confini furono chiusi e quindi fu impossibile trasferire il lavoro di Mariette a Il Cairo rendendo, di fatto, impraticabile la data di gennaio 1871 per la prima assoluta di Aida che fu quindi, spostata a fine anno alla data, appunto, del 24 dicembre 1871.

La prima esecuzione finì con un trionfo assoluto. Sotto la bacchetta di Giovanni Bottesini, direttore che da accordi fu scelto da Verdi stesso. La partitura ebbe, secondo le cronache, adeguato rilievo.

Anche dopo cosi tanti anni, Aida rimane sempre il luogo dell'anima dove sentimenti, emozioni, amori eroici, trovano la loro sublimazione nell'azione scenica imperturbabile.

Il dovuto rispetto per la tradizione non impedisce però a Poda di viaggiare nel tempo e di traslare la vicenda in un mondo fantastico onirico quasi cinematografico fatto di luce, tanta luce, simboli di una civiltà passata o futura i cui resti dolorosi e divelti poggiano sulle gradinate in fondo all'enorme palcoscenico inclinato.
L'enorme schetro di una mano meccanica domina e sovrasta tutto.
Questa mano è il monumento all'uomo nella sua dimensione più alta, nella quale deve scegliere come utilizzare le proprie infinite possibilità: per il bene, o per il male.
La mano è come simbolo dell'uomo: la mano che costruisce e distrugge, che combatte e prega, che colpisce oppure sfiora.
La mano è come simbolo della pace e della guerra, come dimostra la recente scoperta di una necropoli di mani tagliate ai nemici proprio in Egitto.
E' una mano che oggi diventa anche meccanica e simbolo della tecnologia e dell'intelligenza artificiale.

In questa scena sconfinata si muovono i protagonisti del dramma verdiano , in primis Aida, schiava etiope interpretata dal soprano Maria José Siri, di provata esperienza molto apprezzata nei teatri di tutto il mondo in particolare qui a Verona dove sembra avere un feeling particolare con il pubblico. La sua interpretazione, sempre misurata, coglie gli aspetti più nascosti del personaggio. La sua attrazione verso l'eroe Radames e il rispetto verso Amneris, la devozione verso il padre nemico la pongono in una zona mediana lacerata da profondi sentimenti contrastanti. Vocalmente è in sintonia piena con quello che Verdi richiede a questo personaggio. Suadenti fraseggi eloquenti acclamazioni e acuti chiari e squillanti riempiono l'anfiteatro. I duetti e i concertati sopratutto del finale secondo la vedono sempre svettare con acuti pieni e sicuri. Ma è nel terzo atto nella famosissima aria “O patria mia” che Siri riesce a sublimare la bellezza della voce con la maestria del fraseggio duettando con l'oboe dell'orchestra e portando il pubblico in estasi.

Il ruolo di Radames è affidato al tenore azero Yusif Eyvazov, anche lui ormai figura irrinunciabile nei cast areniani. Il suo ingresso con “Celeste Aida” ci riporta ad un epoca dove la figura dell'eroe si rappresentava anche fisicamente in figure maschili potenti eloquentemente meravigliose, statuarie.
 La sua presenza in scena si nota per la sicurezza il tono fiero e la vocalità quasi debordante. Precisissimo nella tessitura vocale, gli acuti sono squillanti, declamati i respiri sempre calibrati, studiati per agevolare il fraseggio.
Nelle parti di assieme calibra il suono per amalgamarsi con il resto della compagnia in funzione di un pensiero non egemone del personaggio.

Nel ruolo di Amneris troviamo la mezzosoprano francese Clementine Margaine. Voce bruna, ampissima e possente, dispiega un canto magistrale che supera ogni più impervio scoglio della parte senza problemi. Ogni frase, ogni parola di Amneris è “vera”, è detta con l'enfasi giusta senza mai diventare grottesca ma al contempo mantenendo quella regalità che ci si aspetta da una principessa d'Egitto. Margaine crea un personaggio femminile carico di sensualità la cui perfidia riesce a restare sottopelle sempre, non si espone mai nemmeno nei momenti più scoperti creando una vera macchina del male pur restando “innocente”.
Affronta poi gli oltre trenta minuti della scena del giudizio battendosi come una leonessa. Impressionante, infatti, sono la forza sia dei suoi silenzi sia dei suoi acuti, regalando così al pubblico il punto più alto della serata e dando al proprio personaggio il valore di protagonista, quale in effetti è.

Amonasro è il baritono mongolo Amartuvshin Enkhabat, potentissimo nella sua tessitura vocale. I bassi sono pieni e vigorosi, il fraseggio è portato sempre all'estremo per dare tensione e drammaricità ad un personaggio essenziale, psicologicamente cruciale allo svolgimento dell'azione: è lui che, sin dalla sua entrata, cambia la direzione della storia di quest'opera, e soprattutto è un'eccellente incarnazione del tipico padre verdiano che “distrugge” il figlio, o la figlia, come in questo caso.
E' un re che deve e vuole salvare la sua terra e la sua gente a tutti i costi. In una sublime melodia come “Rivedrai le foreste imbalsamate” si nasconde l'essenza, l'ambiguità, se vogliamo, del personaggio: se le sue intenzioni sono nobili, il risultato però è in pratica la condanna a morte della figlia, motivo questo, come accennato, tipicamente verdiano.

Completano il cast IL Re e Ramfis interpretati rispettivamente dal basso Abramo Rosalen e dal basso Simon Lim e il messaggero dal tenore Carlo Bosi: tutti rigorosamente nei loro rispettivi ruoli inappuntabili come stile di canto e presenza scenica. Particolare menzione al soprano Francesca Maionchi gran sacerdotessa ruolo di grande impatto drammatico: è lei a intonare il canto mistico e la danza sacra nel tempio di Vulcano "Possente possente Fthà” durante la consacrazione di Radamès come comandante dell'esercito egiziano.

La direzione d'orchestra è stata affidata ad un mostro sacro come Daniel Oren il quale non ha certo bisogno di presentazioni, presente nei cartelloni areniani da più di quarant'anni. Ha diretto le più importanti prime all'Arena segnando autentici record di pubblico e di consensi. La “sua” Aida risulta via via che gli anni passano sempre più intima sempre meno fragorosa, meno spettacolare (nell'accezione più positiva del termine). E' come se il suo sguardo si sia affinato verso i punti più nascosti della narrazione lasciando la spettacolarizzazione l'esagerazione la grandiosità del trionfo una necessario passaggio per raccontare vicende più intime e private. Il maestro riesce a portare i musicisti dell'orchestra a delineare sonorità ora al limite dell'udibile creando atmosfere rarefatte ora a potenti cluster sonori sempre perfettamente calibrati.

Per finire, un giusto riconoscimento al coro diretto magistralmente dal maestro Roberto Gabbiani che sempre ha sotto controllo lo svolgersi della scena in un continuo susseguirsi di movimenti frenetici o calibrati e che riesce nell'intento di amalgamare un suono riconoscibile ovunque con un cosi grande numero di artisti.

 
 
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