Terzo titolo in cartellone per la stagione areniana 2026 Nabucco di G.Verdi.
Immancabile nel nostro anfiteatro amatissimo dal pubblico, ripresa della
versione di Stefano Poda del 2025 che ne firma come sempre
anche i costumi, le scene, le coreografie, le luci oltre alla
regia.
Originariamente era Nabucodonosor, nella partitura autografa
di Verdi e nella prima edizione a stampa, ma lo stesso Verdi
usò sempre in seguito il titolo abbreviato, Nabucco, per la sua terza opera
nonché primo dei numerosi trionfi che segnarono la sua lunga carriera.
La storia della composizione di Nabucco mescola romanzescamente verità e
fantasia. Prima fonte del libretto di Temistocle Solera è
naturalmente la Bibbia. I riferimenti alla Bibbia riguardano in particolare il
regno di Giuda e la sua invasione da parte del re babilonese Nabucodonosor nel
587-586 a.C., quando fu saccheggiato il tempio di Gerusalemme, cui seguì la
deportazione dei vinti in Babilonia, dove circa mezzo secolo dopo furono
liberati; nel racconto biblico non figurano però né Ismaele, nipote di
Sedecia re di Gerusalemme, né Abigaille, e neppure Fenena.
Altre fonti più vicine al libretto di Solera sono il dramma francese
Nabuchodonosor di Auguste Anicet-Bourgeois e
Francis Cornu, e il ballo storico Nabuccodonosor di
Antonio Cortesi. Frutto della fantasia di Solera è invece
l'amore non corrisposto di Abigaille per Ismaele, che non
trova riscontro in alcuna delle fonti citate.
Per quanto non sia
possibile stabilire con certezza quando Verdi mise mano a Nabucco, è stato
ipotizzato che l'inizio della composizione non sia avvenuto prima del maggio
1841. Dopo l'invito che l'impresario della Scala, Bartolomeo Merelli,
nel periodo successivo alla composizione di Oberto conte di San
Bonifacio, offrì a Verdi un contratto per tre opere da scrivere in
otto mesi, tra cui un'opera buffa, Un giorno di regno, che
cadde clamorosamente alla prima esecuzione; Merelli non diede
peso a questo evento e confermò comunque la sua fiducia in Verdi, offrendogli di
musicare un libretto, Nabucodonosor appunto, che era stato rifiutato dal giovane
compositore prussiano Otto Nicolai.
Se la rielaborazione delle varie fonti operata da Solera non aveva convinto
Otto Nicolai, che volentieri aveva lasciato libero il libretto
di Nabucco, tale soggetto era stato evidentemente giudicato funzionale allo
sviluppo drammaturgico della propria opera da Verdi che, certo del risultato che
Nabucco avrebbe sortito, intraprese un braccio di ferro con Merelli al fine di
vedere l'opera inserita nel cartellone della stagione di carnevale-quaresima
1842. Per l'impresario non era consigliabile, infatti, figurare in un cartellone
che contemplava nomi di compositori più illustri, quali Donizetti,
Pacini, Bellini, e proponeva che si rimandasse l'opera a primavera. Ma
Verdi non ci sentiva: secondo quanto narra il racconto autobiografico, egli
insistette caparbiamente per carnevale, anche perché il cast di quella stagione
comprendeva il soprano Giuseppina Strepponi e il baritono
Giorgio Ronconi.
Nonostante le pessime condizioni vocali della Strepponi nel
ruolo di Abigaille (condizioni talmente critiche da costituire
probabilmente la causa del taglio, a partire dalla terza recita, dell'agonia di
Abigaille che chiude l'opera) e le scene e i costumi, affazzonati alla meglio,
l'opera andò in scena il 9 marzo 1842 con un successo tale da venire ripresa
settantacinque volte solo alla Scala entro la fine dell'anno. La fortuna di
Nabucco è strettamente legata al successo di una delle pagine più celebri, il
coro “Va pensiero” che costituisce il fulcro ideale di un'opera che, se
contempla naturalmente passioni individuali (l'amore tra Fenena e
Ismaele, il conflitto tra Abigaille e Nabucco, l'amore
paterno di Nabucco per Fenena), è fortemente connotata come
dramma corale che si articola attraverso una serie di ampi pannelli.
In questa edizione areniana di Nabucco purtroppo i dèjà vù sono spesso
ricorrenti e incombenti per lo spettatore più attento. L'impianto scenico è
ricavato da quello già visto in Aida, il palco inclinato
rivestito da lastre di plexiglass opaco che durante le scorribande dei vari
figuranti restituiscono un fragore che ci impedisce di godere appieno dello
svolgimento dell'opera. Sul fondo della scena alla sommità di una scala di ferro
si erge una clessidra stilizzata con la scritta “vanitas” ai lati due enormi
semisfere si fronteggiano per tutto il tempo fino ad unirsi in un unica figura
geometrica alla fine dell'opera. Il concept, si direbbe ora, è quello solito di
Poda cioè di privare la vicenda di qualsiasi contesto storico e culturale,
ambientando il tutto in una scena fantascientifica, dominata da grandi strutture
di luce che richiamano la dualità insita in ogni cosa, lo ying e lo yang e la
vanità umana.
In questo contesto si muovono i nostri protagonisti. A partire da Nabucco
interpretato dall'onnipresente Amartuvshin Enkhbat
caratterizzato da un timbro morbido, pastoso, rotondo, squillante, ben
proiettato, con un fraseggio raffinato, ottimi legati e una pronuncia perfetta.
Anche scenicamente risulta più credibile del solito. Il grande duetto con
Abigaille "Donna, chi sei?" mette in luce la capacità di dialogo
musicale dell'interprete, sempre attento al rapporto con il partner e con
l'orchestra, ma è con "Dio di Giuda" che Enkhabat
tocca il vertice: preghiera che è presagio della fine, canto raccolto, intensità
trattenuta, accento umano che anticipa il Verdi della maturità e chedefinisce il
suo Nabucco non come monolitico tiranno, ma uomo spezzato, credibile nella
caduta e nel ravvedimento, che certifica e suggella una prova di tutto rispetto
e di gran classe. .
Maria José Siri, Abigaille è una schiava ambiziosa
che ha creduto di essere la figlia del re, una figliastra. Se la realtà fosse
come Abigaille desidererebbe, sarebbe la sorella di Fenena. Ma
non lo è, è figlia di schiavi. Per questo è cattivissima e desidera il riscatto
mediante il potere: una brama così smisurata da ritenersi in grado di succedere
al re. Ama Ismaele, l'uomo ebreo amato da Fenena, il quale non
la ama affatto. Da qui deriva l'odio per gli ebrei e per il loro Dio, nel quale
dice di credere, proclamandosi ebrea. Abigaille sarà sconfitta e
morirà, chiedendo perdono a tutti. Siri delinea una
Abigaille tutta in crescendo. Il soprano affronta la temibile partitura con
estrema sicurezza, specialmente nelle parti più scoperte, dove la voce risulta
piena, agile, penetrante. Svettante nelle cabalette, trova anche momenti di
lunare bellezza nel cantabile “Anch'io dischiuso un giorno” e nel
finale.
Il ruolo di Fenena è sostenuto da Annalisa Stroppa.
Fenena è un personaggio chiave del Nabucco, seconda figlia del
re babilonese, incarna la purezza e la devozione, venendo battezzata nella
religione ebraica. La sua figura funge da mediatrice e pacificatrice, ponendosi
in forte contrasto con l'ambizione spietata di Abigaille. Nel finale
dell'opera, dopo il crollo del delirio di onnipotenza paterno e il pentimento di
Nabucco, a Fenena viene infine affidato il trono con
l'approvazione del popolo liberato. Stroppa affronta questa
sfida con un impeccabile piglio vocale. Si distingue per smalto timbrico, la sua
Fenena tratteggia la vibrante "Oh, dischiuso è il firmamento"
con calore interpretativo.
Roberto Tagliavini affronta Zaccaria con
l'autorevolezza di chi conosce profondamente lo stile verdiano, da subito
imponendosi per solidità, colore e chiarezza d'emissione. La cavatina "D'Egitto
là sui lidi" è esemplare per portamento e controllo del fiato, mentre la
cabaletta “Come notte a sol fulgente” rivela un vigore ancora intatto;
ma è soprattutto nella Profezia Del futuro che Tagliavini
incarna pienamente la funzione del personaggio: voce che fonda, che guida, che
dà senso alla sofferenza collettiva. Il suo Zaccaria è, allora, ieratico senza
essere statico, solenne senza essere enfatico, una prova d'eleganza, di stile e
di misura.
Ismaele è un ruolo ingrato, spesso sacrificato nella costruzione
drammatica, Galeano Salas lo affronta con professionalità e
coerenza stilistica, senza cercare effetti che la parte non consente: il timbro
chiaro, di ascendenza lirica, richiama una vocalità pienamente verdiana. Il
canto è sempre sul fiato, l'emissione omogenea, il fraseggio corretto,
Salas restituisce un Ismaele nobile, appassionato, ma
inevitabilmente marginale: una prova musicalmente ineccepibile, che si inserisce
con equilibrio nell'insieme.
Rendono inequivocabilmente completo lo spettacolo le valenti interpretazioni
di Nicolò Ceriani Gran sacerdote di Belo,
Carlo Bosi Abdallo, Elisabetta Zizzo Anna.
Ognuno nel proprio ruolo hanno reso al meglio come vocalità e capacità
interpretative nella difficile sfida di inserirsi anche a livello vocale e
drammaturgo in una trama complessa come è questo Nabucco.
Orchestra diretta dal maestro Michele Spotti che ha
affrontato questa partitura con piglio restituendo una lettura epurata dalle
sovrastrutture. Spotti ridà all'opera una nobiltà formale
spesso sacrificata. L'Orchestra dell'arena risponde con professionalità e
crescente compattezza, pur mostrando qualche disomogeneità timbrica nei fiati; e
tuttavia il disegno complessivo tiene, e anzi convince, proprio perché sorretto
da una visione coerente, facendo emergere con chiarezza le coordinate storiche e
musicali.
Doverosa citazione per il meraviglioso coro dell'arena di Verona
diretto magistralmente dal mº Roberto Gabbiani. La
prova offerta dal nostro coro si colloca senza esitazioni tra i risultati più
convincenti della produzione. Fin da “Gli arredi festivi”, il coro si
impone per compattezza timbrica, precisione d'attacco e controllo dinamico, non
c'è mai la sensazione di una massa indistinta: le sezioni sono ben equilibrate,
i piani sonori graduati con intelligenza, il testo comprensibile, elemento
tutt'altro che scontato in un'opera in cui il rischio dell'enfasi declamatoria è
costante. Per finire il famosissimo Va pensiero dove le vocalità del
coro nelle diverse sezioni raggiunge un omogeneità ed una concretezza stilistica
unica trasportando il pubblico in una dimensione onirica trasformando l'arena in
un enorme sogno ad occhi aperti dove il sogno si mescola con la realtà.
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