Recensione opera lirica La Bohème di Giacomo Puccini all'Arena di Verona 2026Sergio Gavioli, 08/08/2026 | In breve: Verona, 25 luglio 2026 - Recensione dell'Opera lirica La Bohème di Giacomo Puccini in scena all'Arena di Verona nella stagione 2026. | |
| Prosegue a ritmo incessante la stagione lirica all'Arena di Verona, questa volta
con un titolo di grande richiamo per il pubblico: La Bohème di Giacomo Puccini.
La produzione è una ripresa del 2024 affidata ad
Alfonso Signorini per la regia e a Juan Guillermo Nova
per le scenografie.
Puccini trasse la materia prima per l'opera dalle
Scènes de la vie de bohème, il romanzo incentrato sulla vita di giovani artisti nella Parigi del 1840, che
Henri Murger aveva pubblicato a puntate su Le Corsaire
tra il 1845 e il 1848, ricavandone anche, con la collaborazione di
Théodore Barrière, una pièce teatrale di grande successo.
Puccini aveva incaricato Luigi Illica e
Giuseppe Giacosa di realizzare, sotto la sua stretta sorveglianza un libretto d'opera; ma non era stato il solo ad avere l'idea. Prima di lui ci aveva pensato
Ruggero Leoncavallo, che già s'era messo al lavoro per ricavare un'opera dallo stesso soggetto (tanto che a un certo punto divenne inevitabile la polemica tra i due compositori e tra le rispettive case editrici, Ricordi e Sonzogno).
Fu comunque Puccini a terminare per primo il lavoro e a farlo rappresentare, condannando in breve tempo all'oblio la Bohème concorrente.
La storia raccontata dalla Bohème non si sviluppa
secondo un intrigo vero e proprio. Gli amori di Rodolfo e Mimì sono il tenue filo che lega i quattro quadri, un filo fragile come la felicità dei protagonisti, minata da miseria e malattia.
Per il resto, non vi si trovano che eventi molto comuni: quattro giovani artisti che vivono alla giornata sognando la gloria e la fortuna, due coppie che si formano e si separano, una giovane che muore di tubercolosi. Anche l'incontro tra
Rodolfo e Mimì scaturisce dalla più comune delle situazioni, la vicina che chiede di riaccendere la candela spenta e tutto procede tra piccoli eventi della vita quotidiana e piccoli oggetti, come la “cuffietta” di
Mimì o la “vecchia zimarra" di Colline.
La quotidianità, dunque, è posta al centro dell'opera: è in queste situazioni, in ciò che esse hanno di banale e di ordinario, che risiede la novità della drammaturgia della Bohème.
L'amore di Rodolfo non è la grande passione eroica dei tenori romantici; nel suo lirismo vocale non si avvertono né la veemenza di
Tosca né la solennità di Turandot, bensì una morbidezza e una semplicità da tono medio, un intimismo lontano dalle forzature del canto verista, accenti appassionati ma non enfatici.
I personaggi della Bohème non muoiono da valorosi nell'impossibilità di realizzare un ideale assoluto: li avvertiamo vicini a noi perché la loro felicità è effimera, fragile com'è e legata alle piccole cose; da qui il senso profondo di nostalgia che si lega a un'opera nella quale vediamo sogni e speranze di gioventù infrangersi contro la vita e trasformarsi in rimpianto. La quotidianità di personaggi e situazioni ha un corrispettivo nel linguaggio musicale impiegato da Puccini.
La Bohème predilige gli slittamenti morbidi tra i piani armonici, rifugge le rotture violente, muove le melodie per gradi congiunti, è discreta negli interventi strumentali. Il canto è attento alle inflessioni del parlato - anche nei momenti in cui assume la periodicità e la quadratura melodica della tradizione melodrammatica italiana - tanto da farsi sovente una sorta di “prosa” musicale nella quale si mescolano, in una dose indefinibile, sentimentalismo, erotismo e malinconia.
Altrettanto indeterminati sono i numerosi motivi ricorrenti, che creano o ricordano un'atmosfera più di quanto non definiscano un personaggio o una situazione.
La Bohème guarda all'opera comica e soprattutto alla grande lezione di Falstaff, del quale condivide lo sguardo ironico e disincantato per certi temi della drammaturgia romantica e dell'intera tradizione melodrammatica italiana.
La soffitta in questo caso è un piccolo rifugio molto angusto sul proscenio, al piano superiore uno spazio altrettanto angusto dove vediamo
Lucia (Mimì) indaffarata nella sua quotidianità. Attorno una serie di enormi pannelli svolazzanti raffigurano scene stilizzate di vita quotidiana parigina e qualche lampione.
Nel secondo e terzo atto la casetta scompare destrutturandosi e lasciando finalmente libero lo spazio sul palcoscenico per le grandi masse che affollano il “caffè Momusse”.
Nel quarto atto la casetta si ricompone per la scena finale della dipartita di
Mimì.
Gli interpreti di questa produzione sono tutti giovani ma dalla carriera ben consolidata e affidabilissimi in quanto a capacità vocali e drammaturgiche.
Lucia, detta Mimì, interpretata da Carolina Lòpez Moreno, dopo un primo inizio un po' incerto nelle prime battute del primo atto, soprattutto sul lato della potenza vocale, si è rivelata invece come una straordinaria
Mimì, e ci ha davvero coinvolto nelle sue arie più famose, come anche nelle scene più di intrattenimento.
Molto bella “Sì, mi chiamano Mimì” nel primo atto e il duetto capolavoro con
Rodolfo “O soave fanciulla”, dove i due interpreti si fondono in tutt'uno straordinario. È stato un momento davvero emozionante. Anche l'aria del terzo atto, “Donde lieta uscì,” è stata ottimamente interpretata. Che dire poi di “Sono andati? Fingevo di dormire”, nel quarto atto: una interpretazione davvero emozionante e toccante.
Rodolfo interpretato da Renè Barbera ha una buona presenza scenica ed un buon timbro vocale. Anche lui nelle prime battute del primo atto è stato talvolta sovrastato dall'orchestra, ma si è rapidamente ripreso. Agile nelle parti di intrattenimento e intenso in quelle più drammatiche e liriche, mostra una buona padronanza del palco e una capacità recitativa molto spiccata, affiancata da una bella voce e una vena lirica molto piacevole. La sua aria del primo atto, "Che gelida manina”, ha subito reso chiaro che sarebbe stata una bella rappresentazione.
Molto bravo anche nel succitato duetto con Mimì, “O soave fanciulla”.
Nella seconda coppia, contrapposta a Mimì e Rodolfo, troviamo altri due interpreti molto bravi.
Musetta è Enkelada Kamani. Ha interpretato il suo famoso valzer, "Quando men vo”, nel secondo atto, oltre che le numerose parti in comune con gli altri cantanti, in particolare nelle sue interazioni con
Marcello, a cui ha dato voce e vita Mihai Damian. Anch'egli ha fatto una eccellente performance.
Colline, Alexander Roslavets, ha avuto il suo momento, con una bella interpretazione di “Vecchia zimarra”. Completano il cast
Jan Antem nel ruolo di Schaunard, Benoit
Nicolò Ceriani
e Alcindoro Gianfranco Montresor.
Parpignol Matteo Macchioni Sergente dei doganieri
Nicolò Rigano, ognuno nei loro rispettivi ruoli credibili interpreti a livello vocale e drammaturgico.
La direzione musicale affidata al maestro Francesco Lanzillotta
pecca molto di personalità. Propone una lettura superficiale e disattenta ai precisi riferimenti agoigici di Puccini
con un incedere molto piatto senza i chiaroscuri tipici del verismo.
L'orchestra reagisce comunque benissimo alle mancanze del podio mettendo anima e cuore per tutto lo svolgimento della rappresentazione.
A chiudere una menzione particolare al coro
magistralmente diretto dal M. Roberto Gabbiani, e le giovani
voci bianche di A.Li.Ve. preparate da Paolo Facincani che hanno riempito di gioia e calore il palcoscenico. | | | | | | |
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