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Recensione dell'opera Maria di Rudenz dal Teatro Donizetti di Bergamo

William Fratti, 29/09/2013

In breve:
Pare doveroso ringraziare la Città di Bergamo, che ogni anno propone sul palcoscenico del Donizetti alcuni dei capolavori più sconosciuti dell'illustre compositore e che, in questa stagione 2013, festeggia anche il duecento cinquantenario di Giovanni Simone Mayr e il bicentenario di Giuseppe Verdi.


Purtroppo ogni volta si compie sempre il passo più lungo della gamba, distribuendo le poche risorse economiche a disposizione tra un numero troppo alto di spettacoli, col risultato di portare in scena una qualità mediocre, se non scadente. Atteggiamento che deve assolutamente cambiare se la città vuole raggiungere il traguardo di Capitale Europea della Cultura 2019.

Lo spettacolo ideato da Francesco Bellotto è visivamente poco piacevole, nonché poco accessibile. Leggendo le note di regia sul programma di sala si possono comprendere solo le intenzioni, non certo il modo in cui si è tentato di renderle sul palcoscenico, che sembra più un'accozzaglia di vario genere. Inoltre, per lo spettatore, è molto sgradevole andare all'opera col libretto delle istruzioni: viene a cadere il concetto di popolarità che nel corso dei secoli ha reso sempre più importante questa sublime forma d'arte. L'impianto scenico di Angelo Sala è ben poco efficace. I costumi, seppur piacevoli nel coro, non sono adeguati alla vicenda. È tutto sviluppato a tratti e senza omogeneità: si passa da ambientazioni che ricordano American Horror Story, Asylum, ┬áThe ring, ┬áFrankenstein e La famiglia Addams. È vero che Maria de Rudenz è un dramma sull'insanità mentale, ma il teatro non è il cinema, e occorre sempre tenere presente non solo cosa si sta raccontando, ma anche come e a chi.

La direzione di Sebastiano Rolli mostra il pregio di un'esecuzione in forma integrale, con le seconde strofe, i da capo e le cadenze, con una certa pulizia del suono e un buon andamento nei momenti più intensi, complice anche un indubbio miglioramento dell'orchestra rispetto alle edizioni precedenti. Allo stesso tempo manca una ricerca più approfondita di fraseggio, di colori e di sfumature, facendo risultare la vicenda un poco appiattita, scarseggiando quei cromatismi essenziali che dovrebbero trasmettere meglio il carattere bipolare dei tre protagonisti.

Maria Billeri veste i panni della De Rudenz e, come da sua consuetudine, mostra di possedere un gran volume, centri corposi ed eccellente accento drammatico. Purtroppo questo ruolo necessita anche di un sapiente uso dei pianissimi e una ferrata capacità di rendere i momenti idilliaci, in cui l'artista trova difficoltà. Giustamente alleggerisce in certe pagine, come accade nella prima aria, ma si sente mancare omogeneità e dove occorrono i piani restano comunque i mezzo forte. Inoltre anche gli acuti risentono di questa impostazione e sembrano non ben incanalati e non propriamente limpidi. La resa del personaggio è invece efficace ed accattivante. Peccato che la regia l'abbia sempre voluta vestita in abito monacale.

Dario Solari è un Corrado poco adeguato in ambito vocale. In tutto il primo atto gli attacchi sono sporchi e imprecisi, l'accento è poco marcato, il fraseggio è assente. Non che il baritono uruguaiano abbia mai posseduto una vocalità particolarmente luminosa e squillante, ma in tale occasione sembra stanco e svogliato.

Ivan Magrì, reduce da un serio incidente accorso durante la prova generale, decide comunque di vestire i panni di Enrico, cantando da una sedia a rotelle. L'infortunio è molto probabilmente di una certa importanza, considerando il fatto che il tenore catanese non accenna neppure a muovere una gamba, un braccio o la testa per tutta la durata dell'opera, applausi compresi. Ciononostante dimostra un'enorme maturazione nella sua vocalità rispetto a performance precedenti, soprattutto nell'omogeneità della linea di canto e nello squillo. Certi passaggi sono veramente pregevoli, pur notandosi una certa fatica nei fiati, visibilmente dovuta all'infortunio.

Efficace il Rambaldo di Gabriele Sagona, che presenta un bel cantabile, morbido e musicalmente accurato. Un po' acerba la Matilde di Gilda Fiume. Opportuno il cancelliere di Francesco Cortinovis.

Molto buona è la prova del coro diretto da Fabio Tartari, in netto miglioramento rispetto alle precedenti edizioni del Bergamo Musica Festival Gaetano Donizetti.

 

 
 
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