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Recensioni dell'opera Jerusalem di Giuseppe Verdi dal Teatro Magnani di Fidenza

William Fratti, 24/11/2013

In breve:
È la passione, che alloggia tra i muri e le quinte del Teatro Magnani di Fidenza, a creare la magia, a mettere insieme ogni volta un gruppo di lavoro coinvolto dal solo amore per l'arte, la musica e l'opera lirica. Nell'anno del Bicentenario Verdiano il Gruppo Promozione Musicale Tullio Marchetti, particolarmente nella persona del suo presidente Antonio Delnevo, compie la coraggiosa impresa di mettere in scena Jérusalem, universalmente conosciuta come revisione francese de I Lombardi alla prima crociata.


In realtà Verdi fu pagato come per un'opera nuova, e vendette la partitura a Ricordi sotto il nuovo titolo. Effettivamente le modifiche sono troppe per potersi considerare un semplice rifacimento. Sarebbe più corretto affermare che la trama della seconda è ispirata alla prima e che la musica dei Lombardi è quasi totalmente confluita nella Gerusalemme, ma con la modifica dei recitativi e l'aggiunta di molti ed interessanti numeri musicali.

La magia fidentina prende forma nel primo grand-opéra verdiano e lo spettacolo firmato da Riccardo Canessa funziona perfettamente nell'atto ambientato al palazzo del Conte di Tolosa. Le scene e i costumi di Artemio Cabassi – mutuate da spettacoli precedenti, come Adriana Lecouvreur di Fidenza e I Lombardi alla prima crociata di Piacenza, per ovvi motivi economici – sembrano un ideale continuum con il teatro stesso e gli artisti in palcoscenico, come i musicisti in buca, definiscono un amalgama riuscitissimo che farebbe invidia a molte istituzioni che ricevono finanziamenti pubblici.

Purtroppo dal secondo atto in poi si iniziano a vedere e sentire le lacune, dettate indubbiamente dalle limitate risorse – e tempo per le prove – a disposizione. La regia di Canessa resta compatta fino alla fine nell'elegante gestualità e nell'efficace interpretazione dei tre protagonisti, mentre i comprimari e il coro sembrano affidati a se stessi. Le scene e i costumi di Cabassi comportano i medesimi difetti di cui si era già scritto in occasione dei Lombardi piacentini. Inoltre si continua a udire il suggeritore, poiché molti artisti non conoscono la parte come dovrebbero.

Una menzione a parte è da riservarsi ai ballabili. Giuseppe Picone è indubbiamente étoile di prim'ordine, elegante e raffinato; le giovani danzatrici del Balletto di Siena hanno tutti i numeri per proseguire la loro carriera nell'ambito della danza classica; le coreografie di Marco Batti sono accurate e tradizionali, molto in linea con la musica, ma solo se questa la si considera separatamente dalla vicenda. I ballabili dovrebbero essere ambientati nei giardini dell'harem dell'Emiro di Ramla, mentre sembrano collocati in una dimensione decisamente europea.

Il vero protagonista di questo genere musicale parigino, contrariamente a quanto accadeva nel melodramma romantico italiano, è il tenore. Ed ecco che nella trasformazione dai Lombardi a Jérusalem scompaiono i personaggi di Arvino e Oronte per accorparsi nella mastodontica parte di Gaston, a cui si aggiunge la nuova e complessa gran scena e aria di fine atto terzo. L'australiano Rosario La Spina manca dall'Italia da circa un decennio – tra le sue performance ricordiamo Riccardo in Oberto alla Scala e Arvino ne I Lombardi a Parma – e torna con voce generosa e smagliante, dotata del giusto accento verdiano. È un vero peccato che il passaggio all'acuto sia molto forzato, che la sua interpretazione sia povera di colori e che i piani siano pressoché inesistenti. Ma non v'è dubbio che si tratti di problemi passeggeri, legati particolarmente al difficile e imponente debutto.

Daria Masiero si cimenta con un ruolo avulso dal suo repertorio e vince la sfida, ma con tutti i “però” del caso. Innanzitutto il dover affrontare le pagine drammatiche affidate a Hélène la porta ad indurire leggermente la propria naturale morbidezza, suo punto di forza. Pertanto la preghiera iniziale non è risolta con le sue finezze più tipiche; ma risulta fortemente incisiva nel primo grande concertato; mentre sembra risparmiarsi nel secondo. Gli stessi pregi e difetti l'accompagnano per il resto dell'opera: le cabalette sono sanguigne, eseguite con bel timbro e agilità ben impostate, mentre i cantabili sono un po' meno dolci e delicati di quanto solitamente l'artista non sappia fare. Anche gli acuti più estremi non sono dei migliori. La Masiero è indubbiamente una grande professionista, e la ripresa del ruolo porterà a dei progressi.

Carlo Colombara è il solo ad avere già debuttato il ruolo ed evidentemente porta in palcoscenico una sicurezza, una resa del personaggio e una presenza che gli altri non hanno. La sua vocalità possente e cavernosa, il suo fraseggio espressivo, la sua autorevolezza e la sua musicalità fanno il resto. Occorre però segnalare che, oltre a mancare il da capo della cabaletta, la sua attenzione alla parola scenica e all'effetto teatrale sono talvolta eccessivi, tanto da sporcare certi suoni.

Donato Di Gioia e Cesare Lana sono un Conte di Tolosa e un Ademar de Montheil efficaci solo a tratti. Come già scritto sopra, il primo atto funziona bene, dopodiché, oltre a non sapere dove andare né dove mettersi in maniera fin troppo evidente – ma non sarà tutta colpa loro – iniziano a subire dei cedimenti vocali, apparentemente dovuti alla parte non troppo ben memorizzata.

Buona la prova dello squillante Raymond di Seung Hwa Paek, del brillante Emiro di Massimiliano Catellani, della brunita Isaure di Stefania Maiardi. Opportuno l'ufficiale di Giovanni Maria Palmia e il soldato di Silvio Agnesini, anche se nel finale primo sembra più un vecchio spaventato che un sicario. In quanto a Noris Borgogelli, nei panni dell'araldo si sarebbe preferita una voce più sicura, stentorea e autorevole.

Riguardo la parte musicale, decisamente imponente, il direttore Marco Dallara e la Filarmonica Terre Verdiane compiono un vero miracolo. Ovviamente non ci può essere una minuziosa ricerca di cromatismi, né un'eccezionale pulizia di suono, ma si apprezzano la compattezza, il mordente e indubbiamente l'intenzione verdiana, che forse scorre naturale nelle vene di questi professionisti.

Anche per il Coro dell'Opera di Parma diretto da Fabrizio Cassi occorre una citazione a parte, come per il balletto. Non ci sono dubbi in merito alle loro competenze musicali e ne sono prova i fortunatissimi concertati di primo atto e l'altrettanto ben riuscito “Ô mon Dieu! Vois nos misères!”. Ma al di là delle dimensioni troppo ridotte, soprattutto nelle scene in cui occorrerebbe il doppio coro dei pellegrini e dei crociati, si evidenziano coristi che non conoscono la parte – alcuni restano muti per intere frasi, guardandosi attorno, altri tendono le orecchie al suggeritore – oltre a non sapere cosa fare in scena, problema che presumibilmente non deriva da loro.

Il tutto è contornato da un pubblico rumorosissimo, che si prodiga in chiacchiere, esclamazioni a voce alta, numerosi e incessanti attacchi di tosse, fastidiosissimi applausi al termine di ogni numero chiuso, quasi una decina per atto, più i pezzi delle danze.

Nonostante tutto il Gruppo Promozione Musicale Tullio Marchetti, Fidenza e Giuseppe Verdi vincono ancora. E il successo è meritato per tutti.

 
 
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