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Recensione dell'opera Ernani di Giuseppe Verdi dall'opera di Roma

William Fratti, 06/12/2013

In breve:
Sciopero preannunciato, ma fortunatamente scongiurato, quello che doveva infliggere un duro colpo all'apertura della Stagione 2013-2014 del Teatro dell'Opera di Roma. Dopo tanti anni Riccardo Muti torna all'amatissimo Ernani, che esegue in maniera filologica, con fare belcantista – come vuole il primo Verdi – eliminando i passaggi di tradizione e a favore di un'orchestrazione che ha molto delle sonorità tipiche del romanticismo; non a caso flauti, oboi e clarinetti occupano in buca una posizione privilegiata. Ma ciò che davvero contraddistingue questa direzione è una particolare attenzione alla pulizia del suono e ad un andamento che tende a mettere in risalto le voci, lasciando agli interpreti il tempo di fraseggiare.


Il nuovo allestimento interamente firmato da Hugo de Ana, coprodotto con Sydney Opera House, è davvero grandioso e, se affiancato al Don Carlo torinese e al Simon Boccanegra parmigiano, può essere considerato uno dei suoi lavori migliori, dove la maestosità dell'impianto– che utilizza molti degli elementi architettonici tipici dei palazzi del Cinquecento – fa certamente la parte del leone. Lo spettacolo è un magnifico amalgama di progettazione tecnica e umana, dove l'azione dei solisti, del coro e dei mimi si mescola ad un perfetto equilibrio scenico, in cui si inseriscono ottimamente le coreografie di Leda Lojodice. L'ideale connubio tra la tradizione della parte visiva e la modernità tecnologica dell'allestimento e dei materiali fa il resto. Sinceramente pregevoli i costumi, disegnati dallo stesso De Ana e l'azzeccatissimo disegno luci di Vinicio Cheli.
 
Francesco Meli, che in questi ultimi anni si sta rivolgendo sempre più spesso ai ruoli verdiani, debutta nella parte del protagonista con un grandissimo successo personale. La voce non è stentorea, ma la sua esecuzione è un vero tripudio di colori, arricchita di cromatismi e mezze voci raffinatissimi, passaggi più che pregevoli – soprattutto nell'aria di apertura e nel duetto con Elvira, oltre a qualche piccola ed interessante variazione nella cabaletta – nonché una musicalità e un'omogeneità su tutta la linea di canto davvero eccellenti. Il solo limite della sua vocalità nell'affrontare questi ruoli spinti, sta nel canto in forte, poiché in alcune pagine – terzetti di primo e secondo atto, finali primo e terzo – è in parte coperto dal peso orchestrale o dai colleghi. Ostacoli che certamente saranno superati con il tempo, grazie all'importante preparazione tecnica dell'artista e alla naturale maturazione del suo strumento. Non v'è dubbio alcuno che Francesco Meli sia oggi uno dei migliori tenori dell'intero panorama lirico internazionale.

Tatiana Serjan, nei panni di Elvira, purtroppo non riesce a eguagliare se stessa e a raggiungere il medesimo risultato del recente Macbeth fiorentino. La voce è un po' dura e legnosa, in certi punti sembra addirittura stimbrata – nel finale primo si sente di più il flauto che dovrebbe supportarla – e le note gravi sono prive di corposità, scomparendo prima di raggiungere la sala. Ci si augura che si tratti solamente di un'indisposizione passeggera.
 
Luca Salsi torna ad interpretare il giovane Carlo con una maturazione davvero sorprendente. Se al suo debutto era solito prediligere ruoli squisitamente lirici, ora, dopo aver eseguito dei veri mostri come Macbeth e Rigoletto, ha certamente un'ineguagliabile padronanza dell'accento e del fraseggio verdiano. In primo e secondo atto sfoggia il suo bel colore brillante, ma soprattutto dei pianissimi timbratissimi e davvero perfetti. Col procedere della vicenda, all'eleganza, alla freschezza e all'omogeneità si aggiungono slancio drammatico ed espressività, rafforzati da un canto ben impostato e sempre in avanti.
 
Il Silva di Ildar Abdrazakov non delude alcuna aspettativa e può sinceramente essere considerato il basso verdiano per eccellenza nel timbro, nel colore, nel cantabile, nell'uso della parola, nell'autorevolezza dell'interpretazione. La sua voce, tecnicamente perfetta, è riconoscibile in qualunque momento, come pure la sua presenza scenica. A tanta magnificenza è da aggiungersi una certa abilità nel legato e nell'uso dei pianissimi; “Io l'amo... al vecchio misero” nel finale secondo, ricco di sentimento, è toccante fino alle lacrime.
 
Gianfranco Montresor e Antonello Ceron sono efficaci nei loro rispettivi ruoli di Jago e Don Riccardo ed è un vero piacere udire la voce piena e corposa di Simge Büyükedes nei panni di Giovanna.
 
Buona è la prova del Coro dell'Opera di Roma diretto da Roberto Gabbiani, che si distingue soprattutto nel celebre “Si ridesti il Leon di Castiglia” di cui è concesso il bis dopo insistente richiesta del pubblico. Ma prima, con fare giustamente provocatorio – considerati gli ultimi avvenimenti del Teatro e la presenza in sala del Presidente Napolitano oltreché di altre cariche dello Stato – Riccardo Muti si rivolge agli spettatori e domanda: “Ma si ridesterà il leone?”.
 

L'appello del Maestro prosegue al momento degli applausi. Dopo una meritata, lunga e scrosciante acclamazione rivolta a tutti gli interpreti, il direttore chiede il silenzio e domanda: “L'aiutiamo questo teatro?”. C'è da sperare che tutta la classe politica intervenuta abbia pagato il biglietto di tasca propria senza usufruire di agevolazioni e che inizi ad orientarsi verso un cambiamento di rotta. I teatri d'opera possono essere un volano per il turismo e l'economia, ma hanno bisogno di idee e di investimenti e soprattutto di un totale rinnovo volto all'eliminazione degli sprechi, con dirigenze in grado di amministrare e di prendere adeguate scelte artistiche, non – come accade spesso – provenienti da cortesie politiche e volte ad un medesimo sistema di favoritismi. 

 
 
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