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Recensione opera Orfeo e Euridice di Gluck al Maggio Musicale Fiorentino

William Fratti, 19/06/2014

In breve:
Firenze - Recensione dell'opera lirica "Orfeo ed Euridice" di Gluck in scena al Maggio Musicale Fiorentino, Teatro della Pergola, il 10 maggio 2014.


Il 77º Maggio Musicale Fiorentino chiude la sua kermesse operistica al Teatro della Pergola con Orfeo ed Euridice, il capolavoro assoluto di Christoph Willibald Gluck, padre dell'opera moderna.

È da notarsi come, in questo difficile momento per l'Opera di Firenze, si sia riusciti a mettere in piedi un Festival di alto livello, artisticamente ricco e ben funzionale. Forse, come sempre in Italia dove si è maestri nel problem solving, la necessità aguzza l'ingegno. Mentre quando circola troppo denaro lo si sperpera gettandolo dalla finestra o infilandolo nelle tasche di qualcuno.

Peccato che anche in questa occasione il teatro fosse molto lontano dall'essere esaurito, male che attanaglia da tempo la lirica fiorentina. Del resto i prezzi sono troppo alti e la pubblicità troppo scarsa.

Federico Maria Sardelli compie un prodigio musicale, mantenendo chiara l'intenzione gluckiana e muovendosi da una scena all'altra con estremo agio e naturalezza, dipingendo i colori funerei, speranzosi, terrificanti, idilliaci, disperati e festanti con grande nitidezza, in un tripudio di cromatismi che derivano dal saper fraseggiare con l'orchestra. La scelta di reintrodurre arpa barocca, chalumeau contralto e cornetto rinascimentale si è dimostrata vincente, come pure l'orchestrazione dei cori infernali e di quello finale. Peccato che qualche fiato abbia un po' stonato. Ottimo il lavoro di Giulia Nuti al cembalo e Ann Fierens all'arpa barocca.

Anna Bonitatibus è un riuscitissimo Orfeo, non solo nel personaggio che calza a pennello, ma soprattutto nella linea vocale, sempre elegante e musicale, attenta tanto al suono quanto alla parola. In tempi più recenti si è preferito ascoltare questo ruolo con colori più scuri e maggior peso e spessore nelle note basse, ma c'è da domandarsi quale sia il tratto più filologico essendo stato scritto per castrato contralto.

Hélène Guilmette è una bellissima e bravissima Euridice, limpida, raffinata e precisa.

Silvia Frigato, anch'ella abile esecutrice vocale, veste i panni di un Amore birichino, che potrebbe ricordare Jackie Coogan ne Il monello di Charlie Chaplin.

Bravissimi Margherita Mana, Gaia Mazzeranghi, Leone Barilli, Duccio Brinati, Fabrizio Pezzoni, Pierangelo Preziosa, danzatori di Mag.Da. anche se la coreografia di Cristina Rizzo non è del tutto comprensibile. Si interseca bene con la regia di Denis Krief, mantenendo il freddo tratto contemporaneo, ma non se ne comprende appieno il significato. Pertanto, pur amalgamandosi visivamente col resto dello spettacolo, sembra quasi avulsa dalla vicenda.

Molto interessante è invece l'ambientazione metafisica voluta da Denis Krief, vicinissima al suo stesso stile di tanti altri spettacoli, ma forse qui più azzeccata che altrove.

La scenografia sembra quasi una mescolanza di una rielaborazione architettonica di un quadro di De Chirico con una delle tele bianche di Malevič, o di altri autori dell'avantguarde russa. Non propriamente definite le proiezioni che hanno sostituito la danza delle furie. Sarebbe stato meglio assistere ad una coreografia. Invece molto ben eseguiti i movimenti e gli ingressi del coro, soprattutto in secondo atto, perfettamente fusi con la musica.

Piacevolissimo l'omaggio a Gluck nel finale, con il coro festante in abiti settecenteschi, egregiamente diretto da Lorenzo Fratini. Peccato per i due attrezzisti più volte visti in scena, che avrebbero potuto essere abbigliati come il coro o il corpo di ballo.

Successo meritato per tutti al termine dello spettacolo eseguito in un atto unico, metodo eccellente per non perdere efficacia drammatica.

 
 
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