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Recensione opera lirica Armida di Rossini al Rossini Opera Festival di Pesaro

William Fratti, 03/09/2014

In breve:
Pesaro - Recensione dell'opera lirica Armida di Gioachino Rossini in scena al Rossini Opera Festival di Pesaro il 19 agosto 2014.


Mettere in scena un'opera fantastica come Armida, oggi non è compito facile e le aspettative riposte nel nome di Luca Ronconi, già autore di un fortunato allestimento, erano sicuramente molto alte. Purtroppo il regista non è all'altezza di se stesso e ne risulta uno spettacolo modesto dal punto di vista scenografico – quasi oratoriale – costumi stico – pressoché da carnevale – e drammaturgico – povero di concetti, di gestualità, di movimento, di controscene – e nemmeno luci e coreografie riescono a risollevare le sorti di una produzione che pare quasi da compagnia itinerante di provincia.

I bozzetti di Margherita Palli e Giovanna Buzzi stampati sul libretto di sala non sono affatto malvagi, anzi hanno un certo pregio e lasciano intravedere qualche idea, ma la loro realizzazione e la successiva messa in opera peggiora, invece di migliorare, quanto disegnato sulla carta.

Addirittura Idraote/Astarotte ricorda il mostro Brunga del cartone animato Chobin.

Quanto alla recitazione, il coro è impreciso nei movimenti, come se avesse provato per poco tempo, i solisti che interpretano i Franchi sono troppo fissi in scena – in tal modo si lascia certamente maggiore spazio alla musica, ma allora tanto vale eseguire l'opera in forma di concerto – mentre Armida, pur prodigandosi in un certo sforzo drammaturgico, non riesce appieno a trasmettere la passione per Rinaldo, né la furia che consegue all'abbandono.

Presumibilmente la modestia dello spettacolo è per gran parte dovuta alla scarsità delle risorse economiche a disposizione. Ma piuttosto di un lavoro mediocre sotto tutti i punti di vista, si sarebbe preferita una forma semiscenica, con coro alla greca e meno ballerini – tra l'altro non eccelsi, né lo sono le coreografie di Abbondanza e Bertoni, tanto da non riconoscersi né la compagnia, né i suoi direttori – ma bei costumi addosso ai protagonisti, qualche bravo mimo a sopperire la mancanza delle masse, un bel disegno lici suggestivo ed evocativo e una recitazione ben studiata in tutti i minimi dettagli.

Carlo Rizzi guida con polso sicuro l'Orchestra del Teatro Comunale di Bologna e dimostra fin dalla sinfonia di possedere le giuste intenzioni – probabilmente complice il bravo Maestro collaboratore responsabile Giulio Zappa – e il giusto ritmo, riuscendo ad ottenere un buon equilibrio tra buca e palcoscenico. Molto positiva è la resa dei cori e delle danze di secondo atto – nonostante la pantomima ben poco accattivante – con un suono orchestrale davvero pulito; come pure la bellissima introduzione strumentale per violoncello solo al celebre duetto “Dove son io!” e l'altrettanto piacevole introduzione per violino solo al successivo “Soavi catene”.

Carmen Romeu è cantante dotata di risorse limitate che non le permettono di risolvere un ruolo così difficile da essere stato eseguito correttamente molto raramente nel corso della storia. La tessitura alla Colbran presuppone una buona emissione nella zona bassa e centrale, con la capacità di salire a quella acuta in maniera agile – seppure senza note estreme – e le successive interpreti si sono quasi sempre trovate in difficoltà, o da un lato o dall'altro. Romeu è quasi sempre tirata negli acuti e soprattutto manca delle agilità di forza, condizione imprescindibile di questo personaggio. Sopperisce con un bel carattere, un certo recitativo e un bel fraseggio, ma resta purtroppo fuori ruolo.

Antonino Siracusa è un Rinaldo abbastanza riuscito, morbido ed elegante, ma di poco spessore e non sempre omogeneo: scompare nelle note basse e tende a cantare sempre in forte negli acuti.

Randall Bills sorprende per la perizia tecnica con cui affronta l'aria di Goffredo, riuscendo a mantenere una buona linea di canto anche nei passaggi più bari tenorili. Altrettanto ben riuscito è il successivo quartetto, mentre è meno incisivo nel ruolo di Ubaldo.

Dmitry Korchak è un buon Gerando e un altrettanto buon Carlo, risultando sempre intonato, limpido e squillante, provvisto di una vocalità morbida e dal colore molto piacevole, oltreché pulito e corretto nell'emissione, anche se l'appoggio non è sempre perfetto.

Carlo Lepore non smentisce la sua bravura, ma nelle due parti di Idraote e Astarotte è abbastanza insignificante.

Bravo Vassilis Kavayas nelle vesta di Eustazio.

Più che sufficiente la prova del Coro del Teatro Comunale di Bologna diretto da Andrea Faidutti.

 
 
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