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Recensione Fuoco di Gioia al Teatro Regio di Parma

William Fratti, 21/10/2014

In breve:
Parma - Recensione del concerto Fuoco di Gioia in scena al Teatro Regio di Parma il 17 ottobre 2014.


Non è facile ripetere il successo di un evento, soprattutto se lo si ripropone con la stessa ricetta, ma l'impegno e la passione del Club dei 27, nonché la generosità e il calore degli artisti intervenuti, lo hanno reso possibile.

Così la seconda edizione di Fuoco di Gioia ha acceso gli animi degli spettatori presenti in sala, il cui contributo economico, moltiplicato da Fondazione Cariparma, Barilla e Chiesi farmaceutici, è devoluto a “Parma facciamo squadra 2014” e certamente impiegato anche a riparare i danni provocati dalla recente alluvione. E a rendere tutto più festoso ed informale è la presentazione a cura del bravissimo Falstaff, alias Paolo Zoppi, direttore artistico del gruppo di appassionati e melomani intenditori.

Antonello Allemandi dirige con polso sicuro la Filarmonica Arturo Toscanini, prodigandosi in suoni decisi e marcati, risultando particolarmente accattivante nelle pagine più drammatiche, tra cui la sinfonia di Luisa Miller, il duetto di Amneris e Radames da Aida e l'aria di Otello. Bravissima la spalla Mihaela Costea nel preludio al finale atto terzo de I Lombardi alla prima crociata.

Roberto Tagliavini apre la lunga kermesse ed è un ottimo biglietto da visita. “Come dal ciel precipita” da Macbeth è resa con un fraseggio molto interessante e acuti limpidissimi. Qualche minuto più tardi accompagna Anna Pirozzi in “Santo di patria” da Attila con un accento così riuscito da lasciare il pubblico in trepidante attesa della grande aria del Re degli Unni. E certamente non delude, anzi, si dimostra protagonista validissimo, musicale ed omogeneo, saldo su tutta la linea di canto che in questa parte appare particolarmente morbida e ricca d'accenti.

John Osborn e Lynette Tapia debuttano al Teatro Regio di Parma, accompagnati da Rossana Rinaldi, con “Giovanna ho dei rimorsi” da Rigoletto. Purtroppo le poche frasi pronunciate dalla Signora Rinaldi appaiono poco intonate e il canto della Signora Tapia è ridotto ai minimi termini, oltreché presentarsi poco pulito, soprattutto negli attacchi e negli acuti. Invece il Signor Osborn, dotato di naturale morbidezza ed eleganza, si prodiga in una serie di pianissimi particolarmente raffinati.

Nella seconda parte del concerto Lynette Tapia vince l'emozione dei primi momenti esibendosi con un sorprendente “Caro nome” che, seppur non sempre precisissimo, è indovinato nei colori, ma soprattutto permette al soprano di regalare al pubblico dei bellissimi filati naturali, qualche forcella inserita nei punti giusti e un bel trillo, seppur per pochi secondi.

Subito dopo il marito è il Duca di Mantova in “Ella mi fu rapita… Parmi veder le lagrime… Possente amor mi chiama” dove eccelle indubbiamente nei fiati, ma l'abuso di pianissimi e mezze voci – comunque eseguite magistralmente – rende tutto troppo mieloso, soprattutto in considerazione del fatto che sullo spartito ci sono molti segni d'accento, ma nessuna p. Al contrario le sue recenti performance rossiniane sono di notevole levatura. Buona la resa del duetto “Parigi, o cara”.

Anna Pirozzi, in abito rosso scarlatto, infiamma letteralmente la platea con la cavatina di Odabella. La linea di canto non è pulitissima, ma la possanza della voce, la spiccata drammaticità, il vigore del timbro e la facilità con cui porta i centri verso l'acuto alimentano certamente l'interesse nei suoi confronti.

Attenzione ulteriormente attirata dalla resa di “È strano” che Pirozzi canta per la prima volta in pubblico, con lo spartito, in sostituzione dell'assente Monica Tarone. Ovviamente ci sono tutte le imprecisioni di chi non ha in gola la parte, ma è davvero piacevole udire una Violetta di un certo calibro – come pure incantevole sentire il fuori campo di Alfredo cantato dalla valanga vocale di Gregory Kunde.

Purtroppo con la successiva “Pace, pace, mio Dio” da La forza del destino escono tutte le imperfezioni, mancando di morbidezza, omogeneità e attenzione alle sfumature.

Rossana Rinaldi è una credibilissima Amneris in “L'aborrita rivale” e un'altrettanto attendibile Azucena in “Condotta ell'era in ceppi”. La voce ha un bel colore, seppur non troppo scuro, ma il canto non è sempre pulitissimo, soprattutto nelle note più alte. In entrambe le celebri pagine verdiane è accompagnata dal tenore statunitense, anch'egli debuttante al Teatro Regio.

Gregory Kunde, classe 1954, dopo oltre trenta anni di carriera belcantista sta vivendo una seconda primavera con ruoli tipicamente spinti e nel repertorio verdiano sta riscuotendo incredibili successi con Il trovatore, I vespri siciliani, Un ballo in maschera, Messa da Requiem, Aida, Otello ed è proprio con la temibile aria tratta da quest'ultimo titolo che il Signor Kunde porta la platea di Parma in stato di esultanza. Il fraseggio di “Dio! Mi potevi scagliar” è encomiabile, la musicalità è invidiabile, lo squillo è limpidissimo, i centri voluminosi sapientemente portati verso l'alto e omogeneamente passati in acuti continuando a mantenere il medesimo peso. E la richiesta di bis diventa un obbligo e fortunatamente è concesso.

Ferruccio Furlanetto, classe 1949, festeggia i suoi quaranta anni di carriera con il conseguimento del Cavalierato di Verdi, l'onorificenza del Club dei 27 assegnata a chi ha contribuito con la propria attività a diffondere e a tenere alto nel mondo il nome di Giuseppe Verdi. Dopo la consegna del collare da parte di Mirella Freni, Cavaliere dal 1980, il celebre basso si esibisce in “Infelice e tuo credevi” da Ernani con voce un poco rotta dall'emozione, ma con bel timbro, bel colore e soprattutto fraseggio espressivo. Ed è a Furlanetto che spetta la chiusura della serata con “Ella giammai m'amò” da Don Carlo, in cui si prodiga in un eccellente e sapiente uso della parola.

Una serata verdiana perfettamente riuscita con un pubblico letteralmente in visibilio.

Peccato per il continuo chiacchiericcio proveniente dal palco centrale.

 
 
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