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Recensione opera I puritani di Vincenzo Bellini al Maggio Musicale Fiorentino

William Fratti, 10/02/2015

In breve:
Firenze - Recensione dell'opera lirica "I Puritani" di Vincenzo Bellini in scena al Maggio Musicale Fiorentino il 5 febbraio 2015


Da molto tempo non si assisteva ad uno spettacolo coprodotto da rinomati teatri italiani – Firenze e Torino nel caso specifico – col volere intelligente di spartire i costi, ma restituendo al pubblico un allestimento di buon gusto, come si faceva un decennio o un ventennio fa, in un bilico costruttivo tra tradizione e modernità, portando in scena idee e concetti che hanno a che fare con la vicenda da raccontare e col conoscere la lingua fino al punto di analizzare le stesse parole dei personaggi e non – fortunatamente – col volere usare l'opera solo per far colpo, per far scandalo o per mostrare al mondo le proprie turbe psichiche credendosi degli artisti maledetti.

Da un punto di vista visivo e narrativo I puritani andati in scena all'Opera di Firenze sono davvero belli, piacevoli da seguire, affascinanti da osservare, il tutto grazie ad una squadra creativa che ha saputo amalgamare e miscelare le proprie singole capacità alla ricerca di un più elevato risultato comune. Innanzitutto la splendida scenografia di Tiziano Santi, pur non presentando una novità, è un graditissimo ritorno.

La prospettiva della cattedrale capovolta è costruita benissimo e il suo lento sgretolarsi è assolutamente indicativo del messaggio voluto dal regista.

Altrettanto positivi sono i magnifici costumi fiabeschi di Giuseppe Palella che, colpiti dall'eccellente lavoro alle luci di Marco Filibeck, assumono ancor più connotati suggestivi, a cavallo tra racconti noir e gotici alla Tim Burton e favole classiche immaginate da adulti disincantati piuttosto che da bambini sognanti.

Moltissimi sono i rimandi e gli accenni – voluti o meno – alla televisione, al cinema, alla lirica genuina dello scorso ventennio e ciò aiuta lo spettatore ad immedesimarsi senza riconoscersi, facendo arrivare il messaggio più in profondità, poiché emotivamente non vengono innalzate difese.

Le tecniche del flashback e del flashforward tanto care all'arte cinematografica qui si inseriscono perfettamente, proprio nelle parole del libretto – come fa notare Fabio Ceresa – e sul palcoscenico l'idea è ben prodotta, eccezion fatta per il duetto finale tra Elvira ed Arturo, dove non è assolutamente chiaro il loro atteggiamento discosto: anche se fossero un umano ed un fantasma, essendo innamorati, dovrebbero comunque cercare un contatto fisico. Pure il costume ultimo della protagonista è poco azzeccato, comunque non al livello dei precedenti, poiché più che ridotto a brandelli sembra sia stato preso in prestito da una zingara. Inutile svelare altri dettagli: lo spettacolo è da vedere e sarà al Regio di Torino ad aprile.

Matteo Beltrami è sul podio dell'Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino e non pare particolarmente adatto a questo repertorio, poiché spesso risulta grossolano e assordante, nonché abbastanza privo di colori e sfumature. Anche il gruppo orchestrale non lavora con la consueta precisione e pulizia di suoni, soprattutto la parte dei corni.

Jessica Pratt, protagonista indiscussa e giustamente acclamatissima, torna al suo amatissimo Bellini e trova in Elvira – come del resto in Amina – la tessitura vocale che maggiormente si confà alla sua linea di canto dolce e raffinata. Non eccelle nel duetto con Giorgio, ma con “Son vergin vezzosa” tira fuori tutte le sue abilità di coloratura e agilità di forza, tuttavia la parte più interessante è indubbiamente il finale primo, dove si prodiga in un canto patetico sinceramente toccante in “Ah vieni al tempio”. Ciò accade anche nella successiva “Qui la voce sua soave” dove la sua musicalità, sorretta da fiati lunghi e sostenuti, la porta ad esprimere cromatismi di sicuro effetto con filati naturali efficacissimi ed emozionanti.
Perfette le agilità della cabaletta, anche se non tutti i suoni sono propriamente puliti. In effetti, in merito all'uso dei sopracuti di tradizione, va evidenziato che pur essendo correttamente intonati, non le riescono cristallini come in altre occasioni – eccezion fatta per i picchiettati delle cabalette – ma forse complice di ciò è un'orchestrazione pesante e ben poco belcantista.

Antonino Siragusa affronta il difficilissimo ruolo di Arturo con la consueta disinvoltura e musicalità. La sortita con “A te, o cara” è limpida e luminosa, ma col difetto di disomogeneità nel passaggio. Durante tutto il corso dell'opera accade che resti morbido e lineare se le frasi arrivano fino alle prime note acute, ma se la tessitura lo deve portare oltre, lo si sente spingere. Ciò è accaduto di recente anche in altre occasioni e potrebbe diventare un difetto tecnico molto pericoloso se non sistemato per tempo. Certamente non perde di smalto, anzi la sua generosità deve essere premiata, soprattutto nell'interminabile terzo atto quando deve attingere a tutte le sue energie e dove si prodiga in un cantabile intenso e d'effetto, con belle frasi dolci e delicate.

Massimo Cavalletti è il baritono brillante e musicale che conosciamo, ma non sembra trovarsi completamente a suo agio nel ruolo di Riccardo, poiché certi passaggi gli sono ostici e di conseguenza perde morbidezza ed omogeneità. Buono è il fraseggio del duetto con Giorgio, anche se la successiva cabaletta non è così precisa. Tra l'altro è un sincero peccato che la coreografia da eseguirsi nel momento conclusivo dell'atto non sia riuscita come si deve, poiché sembrava essere interessante.

Gianluca Buratto sa distinguersi per l'espressività dell'interpretazione, soprattutto in “Cinta di fiori”, ma qualche nota un po' calante, la voce tendente all'opaco – seppur pastosa ed importante – e la dizione un poco farfugliata non ne fanno un'eccellente Giorgio.

Rossana Rinaldi è un'Enrichetta che spicca per il timbro, il colore e l'autorevolezza, anche se l'appoggio è talvolta un poco precario.

Molto buona la prova di Gianluca Margheri nei panni di Valton, soprattutto vocalmente, un po' meno nella gestualità leggermente fissa, anche se equilibrata nella resa complessiva.

Sufficiente il Roberton di Saverio Fiore.

Validissimo il Coro del Maggio Musicale Fiorentino diretto da Lorenzo Fratini.

Bravissimi mimi e figuranti.

 
 
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