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Recensione opera Orphée et Eurydice di Christoph Willibald Gluck Teatro Massimo di Palermo

Gigi Scalici, 02/03/2015

In breve:
Palermo - Recensione dell'opera lirica Orphée et Eurydice di Christoph Willibald Gluck in scena al teatro Massimo di Palermo il 22 febbraio 2015, attualizzata ai giorni nostri, secondo l'immaginario mitologico di Frédéric Flamand che firma regia e coreografia.


Torna a Palermo dopo ben otto anni il massimo capolavoro del grande compositore viennese del diciottesimo secolo, con la ripresa dell'allestimento debuttato al Teatro dell'Opera di St. Etienne nel 2012, dal famoso coreografo-regista belga, alla sua prima esperienza operistica, in collaborazione con Hans Op de Beeck per scene, immagini e costumi.

La versione è però quella più rara del 1859 di Hector Berlioz, grande studioso ed estimatore dell'autore, in quattro atti e non tre, riadattata come ben noto nell'orchestrazione e nella partitura, soprattutto per quanto concerne il ruolo del protagonista Orfeo, non più affidato dopo quasi un secolo agli storici Contralti-castrati della versione originale del 1762, bensì alle Mezzosoprano-Contralto, in una via di mezzo tra questa e la versione successiva francese del 1774, con la traduzione in lingua francese di Pierre-Louis Moline dell'originale libretto in italiano del poeta Ranieri de' Calzabigi.

In definitiva, nonostante la storicità dell'argomento e del dramma musicale, l'Orfeo sin da quello di Monteverdi, nelle varie opere liriche ha sempre affascinato i registi nell'attualizzazione, a tal punto che le classiche rappresentazioni possono essere ormai considerate una rarità.

Il modernissimo impianto non prevede alcun riferimento ambientale del libretto, non ci sono ninfee, pastori, furie, spettri e spiriti beati dell'Ade, cherubini, eroi ed eroine, tutto è affidato assolutamente ai ballerini ed alla complessa immaginazione dello spettatore nella trasposizione alla contemporaneità dei giorni nostri, con giochi di luci e colori prevalenti dal bianco al grigio ed all'azzurro.

L'ampio spazio del palcoscenico è quindi destinato quasi esclusivamente alle danze, con al centro schermi translucidi semoventi con immagini. Su tutto lo sfondo un grande schermo con proiezioni in bianco e nero di una città immaginaria in continuo cambiamento, con oggetti in primo piano in movimento.

Alla quasi staticità dei tre interpreti si contrappone la vivacità dei ballerini che li doppiano nel contesto dello svolgimento della tragedia di Orfeo che, perduta prematuramente Euridice non si rassegna ed è disposto a tutto pur di rivederla, scendendo a compromessi con Amore.
Orfeo in particolare è doppiato da un ballerino in nero nei momenti più malinconici e di massimo sconforto e da un altro in bianco per quelli brillanti, vivaci e ricchi di orgoglio.

Il complesso ed impegnativo ruolo vocale di Orfeo – talvolta eseguito dai contralti più scuri - è affidato alla giovane concittadina Mezzosoprano in carriera Marianna Pizzolato, esperta nel repertorio barocco e settecentesco ed ottima interprete mozartiana e rossiniana, che con sicurezza si distingue per una linea di canto raffinato, con una emissione dal timbro caldo e ben proiettata, nel contesto dell'intera estensione vocale che spazia agevolmente dalle soglie del Contralto a quelle di Soprano, con un ampio volume senza alcuna particolare forzatura virtuosistica ed attinente allo stile dell'epoca.

Applaudita a scena aperta nei primi recitativi, ottiene maggior consenso per la celebre aria del rondò J'ai perdu mon Eurydice eseguita al termine, con elegante musicalità e corretti accenti nelle ripetizioni della strofa principale.

Più vivace invece nel ruolo di Euridice, la brillante giovane cosentina Soprano Mariangela Sicilia, che lo risolve con dignitosa professionalità, insieme al Mezzosoprano di Bolzano Aurora Faggioli-Amour, relativamente alla limitata partitura loro destinata.

La direzione d'orchestra di questo caposaldo della cosiddetta riforma gluckiana dell'opera lirica - che ha avviato la trasformazione del melodramma settecentesco, abbandonando gli schemi musicali convenzionali, fondendo musica e vocalità in un insieme musicale compatto e con un rapporto equilibrato tra libretto e musica, al fine di esprimere al meglio il dramma sentimentale messo in scena e che ha influenzato il melodramma da Mozart sino ai grandi capolavori dell'ottocento – è a cura di Giuseppe Grazioli.

Il Musicista che ha diretto le orchestre dei maggiori teatri riesce, con un ottimo lavoro di preliminare concertazione, ad entrare appieno nella particolare partitura dirigendo con sapiente equilibrio voci ed orchestra, con semplicità e scorrevolezza come richiesto dalle composizioni dell'epoca, evitando di farsi coinvolgere, in tutto il contesto dell'opera, dai tempi stretti e dalle intense dinamiche cui siamo abituati con le partiture ottocentesche, curando con particolare attenzione gli insiemi orchestrali tra cui si è distinto il flauto traverso solista, nell'andante della danza degli spiriti beati unitamente agli altri fiati ed agli archi.

Una particolarità infine per i quarantasette elementi del coro ben preparato e diretto come al solito dal Maestro Piero Monti, ospitato nella buca orchestrale nella zona sottostante il proscenio, facenti parte di un tutt'uno con l'orchestra e senza alcuna particolare evidenza solistica.

Un pomeriggio domenicale dedicato alla buona musica, dal teatro non gremito come per le opere non popolari e con talune ovvie riserve sull'allestimento. Successo personale di Marianna Pizzolato/Orfeo, applauditissima al termine della rappresentazione insieme al Maestro Grazioli, con adeguati apprezzamenti per gli altri solisti, per il Coro e per il Corpo di ballo in cui emergeva la brava Valentina Pace/Euridice, étoile del Balletto Nazionale di Marsiglia.

Su teatromassimo.it foto e video dello spettacolo

 
 
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