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Recensione opera Un ballo in maschera di Giuseppe Verdi al Teatro Ponchielli di Cremona

William Fratti, 16/02/2016

In breve:
Cremona - Recensione dell'opera lirica Un ballo in maschera di Giuseppe Verdi in scena al Teatro Ponchielli di Cremona il 4 dicembre 2015.


Andare oggi all'opera, oltre a ciò che accade in ambito musicale e canoro, significa scontrarsi o incontrarsi con spettacoli più o meno adeguati alla filologia del libretto, al volere del compositore, piuttosto che al desiderio moderno o tradizionalista del regista.

I melomani più agguerriti anelano sempre ad allestimenti classici, i giovani attivi in ambito culturale prediligono trasposizioni contemporanee, ma ciò che è davvero importante è che qualsivoglia decisione di regia, scenografia e coreografia, non stravolga l'azione, non disturbi musica e canto, ma serva da filo conduttore, possibilmente da miccia all'effetto esplosivo di quanto già insito in partitura.

Un ballo in maschera di Giuseppe Verdi è uno dei melodrammi più facili da reinterpretare, sia per la natura della vicenda, sia per i sentimenti umani e politici di cui si narra, sia per il tacito benestare del compositore stesso che, non potendo andare in scena con la trama originale - l'omicidio di Re Gustavo III di Svezia - non si è minimamente scomposto nel dover trovare altro ambiente per scrivere la sua storia.

Nel corso degli ultimi anni si è visto Riccardo essere il governatore di Boston a fine 1600, il Re di Svezia a fine 1700, il Presidente degli Stati Uniti in vari periodi del XX secolo e così via.

Al Ponchielli di Cremona, nello spettacolo prodotto sul palcoscenico del Fraschini di Pavia, al momento di accomodarsi in sala e guardando il palcoscenico a sipario aperto, ci si rende conto di essere nell'800, impressione subito confermata dopo l'ingresso del direttore, poiché una breve scena ci racconta dell'attentato a Lincoln, seguito dall'urlo ossesso della moglie del Presidente. Ma se ciò voleva essere un coup-de-thé├ótre, in realtà ha sortito l'effetto imbarazzante di una barzelletta che non fa ridere, che è perdurato, se non peggiorato, per tutta la durata dello spettacolo.

E così Oscar diventa una donna civettuola - forse si può accettare la sua trasformazione in stagista nelle trasposizioni contemporanee, ma qui non trova alcun senso - Renato uno pseudo gangster, trafficante d'armi, o d'alcoolici, o più presumibilmente di sigari, Samuel e Tom dei cowboy occidentali, Ulrica una nativa americana cieca ascoltata da donne e bambini Amish. Per non citare l'insulso continuo accendersi di sigari ad opera dei congiurati in terzo atto, o il loro travestimento da nativi al ballo con conseguente - e parecchio imbarazzante - danza della guerra, o della pioggia, o di qualunque altra ragione. E la scena finale in cui Amelia e Riccardo si riconoscono dopo alcuni minuti di conversazione pur non avendo alcuna maschera. E Riccardo, ferito a morte, che resta in piedi a perdonare tutti quanti.

Le note di regia sul programma di sala riportano: “il ballo è un insieme schizofrenico” quando i più preparati musicologi della stria lo hanno definito uno dei melodrammi più morbidi, compatti ed ispirati; “scene più leggere con un rimando all'operetta francese ottocentesca; il compito più arduo è cercare di livellare” ma ciò è un gravissimo errore, avendo Verdi inserito tali scene, come ne La forza del destino e da egli stesso dichiarato, per dare un riposo dal dramma, pertanto lo spianamento intaccherebbe il suo volere primario; “da libretto ci troviamo a Boston nel 1700, dove in una lasciva corte capitanata dal Conte Riccardo si scontrano pensieri più puritani e retti” ma da libretto ci troveremmo nella seconda metà del 1600 e la corte non è certamente lasciva e ciò è provato dall'amore puro tra i due protagonisti. La corte di Boston non è quella di Mantova, né la casa di Violetta.

Le incongruenze continuano nei costumi di Valeria Donata Bettella. Difficile esprimersi sull'abbigliamento nativo, amish o pseudo texano o californiano, ma i vestiti europei presentano donne prevalentemente ottocentesche, in linea con l'omicidio di Lincoln, ma uomini in gran parte con abiti di inizio novecento e camerieri in livree settecentesche. Le povere scene di Fabio Cherstich sono formate da due palchi teatrali, poca attrezzeria e dei mezzi fondali.

Se proprio si vuole essere positivi e spezzare una lancia a favore di questo spettacolo, sicuramente non ha disturbato e non ha annoiato, ma va assolutamente dimenticato. Nicola Berloffa ha saputo e sicuramente saprà fare di meglio, ma questa ciambella è riuscita senza buco, bruciata e con troppo zucchero.

La direzione di Pietro Mianiti è un respiro di sollievo. Non solo riesce a compattare l'Orchestra I Pomeriggi Musicali di Milano, ma anche a rendere gli spazi emotivi verdiani con un accento suo personale che permette di sentire qualcosa di nuovo e piacevole al tempo stesso, senza cadere nel melenso pur attento al pathos, evitando gli effetti bandistici pur concentrato sul vigore del Cigno di Busseto.

Si comporta ben anche il Coro OperaLombardia diretto da Antonio Greco ed è un vero piacere assistere ad una rappresentazione del Ballo con le voci bianche - spesso sostituite dal solo coro donne - in questo caso ad opera del Civico Istituto Musicale Vittadini di Pavia diretto da Giuseppe Guglielminotti Valetta.

Il protagonista è Sergio Escobar, una delle più belle voci tenorili udite negli ultimi anni, calda, rotonda e pienamente squillante, ma con la tecnica approssimativa di un apprendista, mal poggiato, spesso crescente, acuti e gravi omessi troppo di frequente: in altri teatri il loggione non gli avrebbe permesso di finire il primo atto. Il materiale resta comunque di notevole importanza; sarebbe auspicabile un fermo di almeno sei mesi con adeguato studio ad opera di un valido insegnante.

Lo affianca la brava Daria Masiero nei panni di Amelia, ancor più brava di quanto non sappia fare solitamente se si considera che arriva in fondo alla recita senza commettere alcun errore, pur cantando completamente fuori ruolo, mancando dell'accento drammatico e dell'effetto spinto previsti dal personaggio, ma che non la mettono in difficoltà, poiché con molta intelligenza e professionalità la Masiero non va a cercare tinte e colori che non possiede naturalmente.

Anche il Renato di Angelo Veccia se la cava bene, pur dovendo districarsi tra sigari, asce e valigette. La vocalità del baritono non è propriamente elegante e brillante, qualità necessarie per questo ruolo, ma tecnicamente adempie completamente al suo compito, con buona intonazione, linea di canto ed uso delle sfumature.

Annamaria Chiuri è un Ulrica pressoché perfetta nell'esecuzione della parte, pur brillando maggiormente in ruoli più acuti, come Azucena, Eboli ed Amneris. La resa del personaggio è mastodontica: nonostante sia ridicolizzata nei panni di una shamana cieca pagata con le mele e con pentolone fumante alle sue spalle, la Chiuri ha la presenza scenica della grande professionista.

Shoushik Barsoumian è un - o sarebbe meglio dire una Lady - Oscar con la voce di uno spillo che si dispiega bene tra trilli e picchiettati, ma manca della corposità necessaria che dovrebbe avere il personaggio che inavvertitamente fa accadere tutta la vicenda.

Molto buona la resa di Samuel e Tom, interpretati da Mariano Buccino e Francesco Milanese, nonché di Silvano e del Giudice, eseguiti da Carlo Checchi e Giuseppe Distefano.

 
 
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