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Recensione opera Attila di Giuseppe Verdi al Teatro Comunale di Bologna

William Fratti, 16/02/2016

In breve:
Bologna - Recensione dell'opera lirica Attila di Giuseppe Verdi in scena al Teatro Comunale di Bologna il 28 gennaio.


Il Teatro Comunale di Bologna inaugura la Stagione 2016 con un'eccellente nuova produzione di Attila, una delle opere più belle degli anni di galera del giovane Verdi.

La parte del leone la fa il direttore musicale Michele Mariotti alla guida della sua bravissima orchestra. Il suo modo, il suo stile nel dirigere il primo Verdi è sinceramente entusiasmante, intriso di colori belcantistici, accenti drammatici, sfumature che bilanciano perfettamente musica e teatro, sempre a favore degli interpreti sul palcoscenico. Ed è così, anche grazie alla diligenza dell'ottimo coro preparato da Andrea Faidutti, che pagine semplici come l'apertura del dramma “Urli, rapine, gemiti” diventano momenti galvanizzanti ed eccitanti. Ma la pagina corale dove è impossibile restare impassibili è la scena dei profughi, toccante e commovente, altro momento in cui il Coro del Teatro Comunale di Bologna non perde occasione per primeggiare.

Ildebrando D'Arcangelo, al suo debutto nel ruolo, è un Attila mastodontico, autorevole, regale, così elegante che i barbari sembrano i romani, non gli unni. La provenienza dal repertorio belcantistico favorisce l'esecuzione vocale in termini tecnici, cui si aggiungono una presenza scenica da gigante del palcoscenico, un fraseggio particolarmente espressivo e un'indubbia capacità d'accento. La gran scena e finale di primo atto hanno uno spessore davvero enorme; addirittura la cabaletta mostra facilità e morbidezza nell'arrivo al fa acuto, con agilità sgranate naturalmente, che la platea si infiamma e richiede il bis, fortunatamente concesso.

Altra debuttante è Maria José Siri nei panni della guerriera Odabella. Come già notato in precedenti occasioni, il soprano ha tutte le carte in regola per primeggiare - del resto i calorosi consensi del pubblico dimostrano che piace - ma non convince mai fino in fondo, come se smettesse di studiare una parte una volta arrivata al novanta percento, senza scavare ancora più a fondo cercando quel fraseggio, quel colore, quell'accento, quella sfumatura, quel suono che potrebbero fare la differenza.

Foresto è l'indiscutibile tenore verdiano per eccellenza del momento. Fabio Sartori, come di sua consuetudine, si presenta con una valanga di voce squillante che in questa occasione, più che mai, si diletta nello smorzare, nell'esplorare cromatismi e nel dipingere tinte più variegate, chiudendo addirittura la bellissima aria alla maniera di Bergonzi in pianissimo.

L'indisposto Simone Piazzola è sostituito da Gezim Myshketa, altro bravo cantante, ma che, trovandosi a sostituire un collega ha presentato alcune difficoltà nel legato, che rende il canto discontinuo e disomogeneo. Il materiale vocale resta comunque degno di nota e tutte queste “prove” lo renderanno certamente migliore in futuro.

Il giovane Antonio Di Matteo ha compiuto passi da gigante rispetto a un anno fa, quando si notavano le buone doti, ma con qualche incertezza. Oggi, nei panni del grave Leone, convince pienamente. Efficace l'Uldino di Gianluca Floris.

Quanto allo spettacolo di Daniele Abbado, con scene e luci di Gianni Carluccio e costumi dello stesso Carluccio e di Daniela Cernigliaro, se inizialmente sembra senza infamia e senza lode, un poco scopiazzato da Pelléas et Mélisande, col procedere della vicenda prende corpo, anzi, stimola pensieri e riflessioni.

Se lo spazio dell'opera di Debussy aveva un senso molto logico, direttamente connesso sia al dramma teatrale sia al dramma musicale, lo spazio di Attila, inizialmente vuoto, tende a riempirsi di concetti che vanno ben oltre l'episodio storico e le trasposizioni risorgimentali.

Dunque il re degli unni può diventare un qualunque dissidente militante, mentre Ezio un generale disertore ed in questo modo l'attualizzazione è fatta: ancora una volta Giuseppe Verdi, con l'aiuto di un valido regista, regala al suo pubblico musica, teatro e ideali, quegli ideali che hanno reso libera l'Italia dal giogo straniero, quegli ideali che ancora oggi infiammano il cuore di molti popoli imprigionati nella loro terra.

 
 
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