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Recensione opera Don Carlo di Giuseppe Verdi al Festival Verdiano di Parma

William Fratti, 17/10/2016

In breve:
Parma - Recensione opera lirica Don Carlo di Giuseppe Verdi in scena il 5 ottobre al Teatro Regio di Parma in occasione del Festival Verdi 2016.


Dopo quasi un ventennio di assenza dal palcoscenico del Teatro Regio, l'opera più impegnativa di Giuseppe Verdi torna a Parma nella versione in quattro atti.

Il celebre grand-opéra è stato escluso dai festeggiamenti del 2001 e del 2013 e si è dovuto attingere ad un'altra produzione per la realizzazione dei cofanetti “Tutto Verdi”. Considerata la lunga attesa i melomani più agguerriti si aspettavano l'edizione integrale, magari in francese, mentre hanno dovuto accontentarsi.

Lo spettacolo di Cesare Lievi è ambientato in un immaginario mausoleo di Carlo V d'Asburgo e, per come è disposto l'impianto di regia, acquisisce un maggior senso la decisione di rappresentare l'opera in quattro atti: tutto inizia e tutto finisce ai piedi della tomba dell'Imperatore, che pare rivivere attraverso un frate.

In tal contesto risultano molto efficaci le scene di Maurizio Balò, ma si va a perdere completamente il fasto che dovrebbe adornare i giardini della regina e la scena dell'autodafé. Meno apprezzabili sono i costumi, sempre di Maurizio Balò, poco caratterizzati e dettagliati, con riferimenti ad una moda generica che va dal XV al XVIII secolo e visibilmente low cost. Forse la mano della sartoria è stata trattenuta dal budget a disposizione.

Per quanto riguarda la parte musicale si segnalano le consuete debolezze nelle varie sezioni dei fiati della Filarmonica Arturo Toscanini, difetti non certo risolti né affievoliti dalla direzione di Daniel Oren, che è sempre Maestro di interpretazione guerresca, ma qui risulta grossolano, scoordinato e in alcuni punti fuori stile, ad esempio sembra cercare di voler trasformare in cabaletta la parte conclusiva del duetto Posa Filippo. Manca inoltre di omogeneità col palcoscenico e sembra che ognuno degli artisti canti per sé, senza uniformità e compattezza con i colleghi.

José Bros, celebre tenore universalmente riconosciuto come uno dei migliori belcantisti, soprattutto nel repertorio belliniano e donizettiano, veste i panni di un Don Carlo squillantissimo e dimostra chiaramente di poter esprimere qualcosa attraverso questo ruolo se eseguito nelle giuste condizioni. In effetti si possono notare alcune piccole forzature quando orchestra e colleghi fanno la voce grossa, mentre è totalmente a suo agio nei momenti in cui può manifestare un carattere più intimo, giocato sui colori e sulle sfumature.

Non è un caso che la parte migliore della serata sia l'ultimo atto, grazie anche all'interpretazione di Serena Farnocchia nel ruolo di Elisabetta. Il soprano manca di qualche accento drammatico, non ha un timbro particolarmente morbido e non possiede una zona centrale sufficientemente ampia, ma è musicalissima, tecnicamente ferrata e dotata di un'ottima linea di canto, molto omogenea.

Anche il Filippo II di Michele Pertusi non ha il caratteristico spessore regale previsto per il ruolo, né la giusta autorità, tanto da sembrare sempre impaurito o in difetto al cospetto degli altri personaggi, ma ragionando in termini di canto, la sua è sempre una lezione: i suoni bellissimi, i passaggi armoniosi, i fiati lunghi, i legati addirittura commoventi, le note piegate alle parole. Ecco perché nella pagina in cui davvero deve essere atterrito e intimorito, ovvero nel quartetto con Elisabetta, Eboli e Posa, risulta eccellente oltre ogni misura.

Vladimir Stoyanov, nei panni del Marchese di Posa, mostra gli stessi pregi e difetti che lo contraddistinguono negli ultimi tempi: fraseggio elegante, linea di canto raffinata, ma con un suono spesso opaco, sbiancato e talvolta addirittura sfibrato, tanto da sembrare usurato. Inoltre ci si sarebbero aspettati qualche trillo e qualche appoggiatura in più.

Marianne Cornetti è una Eboli dalla vocalità molto stentorea e soprattutto intelligente, poiché sa come mascherare alcune delle sue lacune. Purtroppo solo in parte, poiché non può nascondere una linea di canto ormai zoppicante che non può, neppure con la migliore delle volontà, riuscire nella canzone del velo. Nelle altre pagine non deve affrontare le agilità, ma comunque risulta disomogenea e se non carica, il suono esce velato.

Ievgen Orlov è un Grande Inquisitore eccessivamente discontinuo, che non è spendibile in Italia, tantomeno a Parma; Simon Lim è un frate accettabile, un po' in difficoltà nelle note più estreme, sia in basso sia in alto; Lavinia Bini è un buon Tebaldo, come pure Gregory Bonfatti è un valido Conte di Lerma e Araldo Reale; efficace la Voce dal cielo di Marina Bucciarelli.

Non particolarmente incisivi i deputati fiamminghi di Daniele Cusari, Andrea Goglio, Carlo Andrea Masciadri, Matteo Mazzoli, Alfredo Stefanelli, Alessandro Vandin.

Buona, ma non eccellente come di consueto, la prova del Coro del Teatro Regio di Parma preparato da Martino Faggiani.

 
 
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