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Recensione opera Ariodante di Handel al Salzburger Festspiele 2017

William Fratti, 11/09/2017

In breve:
Salisburgo - Recensione dell'opera lirica Ariodante di Georg Friedrich Händel al Salzburger Festspiele 2017 il 28 agosto 2017.


La messinscena del celebre - e al tempo stesso misconosciuto - Ariodante di Georg Friedrich Händel al Salzburger Festspiele 2017 si rivela una scelta azzeccata, con uno spettacolo veramente riuscito.

Mantenere alta l'attenzione del pubblico per ben oltre quattro ore con un genere d'opera che, si sa, fa accadere la poca azione che c'è durante i recitativi, mentre si concentra solo sulla manifestazione di un sentimento - all'ennesimo infinito - durante la sterminata successione delle arie, è affare davvero complicato, ma Christof Loy ci riesce benissimo, pur con un allestimento per nulla pretenzioso ideato dal bravo Johannes Leiacker, coi bei costumi di Ursula Renzenbrink che uniscono intelligentemente le epoche dell'Orlando Furioso e del Settecento di Händel con i giorni nostri.

Tutti i solisti sono impegnati in una recitazione davvero puntuale, sia nei movimenti e nelle gestualità sia negli sguardi e nelle espressioni, accompagnati da un lungo stuolo di ballerini davvero ben preparati. Le eccellenti coreografie sono di Andreas Heise, le luci di Roland Edrich.

Le scelte musicali di Gianluca Capuano sul podio de Les Musiciens du Prince - Monaco sono sinceramente strabilianti, poiché riesce a fare emergere tutti i caratteri drammatici e tragici della vicenda, mantenendo sempre un'omogenea morbidezza nelle pagine patetiche.

Ottimi il clavicembalo di Andrea Marchiol e il violoncello continuo di Patrick Sepec.

Superlativa, nella parte del protagonista, è Cecilia Bartoli, che riceve un sincero e meritato successo personale. Nulla da eccepire in merito allo stile, al gusto e all'intero ambito del canto d'agilità, poiché come sempre non le sfugge mai una nota. Ma Bartoli dà anche prova di fraseggi delicatissimi e accenti raffinati con “Scherza infida” dove rende molto commovente e toccante la lunga pagina in cui Ariodante decide di partire.

La Ginevra di Kathryn Lewek è molto credibile nelle parti patetiche, dove canto e interpretazione sono ben eseguiti e amalgamati, mentre difetta un poco di drammaticità nell'accento dei passaggi più incisivi, poiché si lascia andare troppo oltre e i suoni risultano spesso sporchi. È inoltre un po' tirata nel registro acuto e ciò è particolarmente evidente in primo atto.

Eccellente è Christophe Dumaux nel viscido ruolo di Polinesso. Non solo sa esprimere un personaggio riuscitissimo - arrogante e seducente, violento e superbo - ma mostra anche qualità vocali davvero sorprendenti. Spesso il canto del controtenore è accompagnato da suoni che paiono di testa e in falsettone, mentre la sua esecuzione sembra ben poggiata e proiettata.

Bravissima Sandrine Piau nei panni di Dalinda, interprete elegante e raffinata, limpida in acuto e ben centrata nell'uso degli accenti.

Buona anche la prova del Lurcanio di Rolando Villazón, sempre morbido ed omogeneo, qui alle prese con un ruolo abbastanza centrale dove mai trova ostacoli.

Riuscito solo a tratti il Re di Nathan Berg, un poco in difficoltà nelle arie di primo atto, ma sinceramente struggente in “Invida sorte amara”.

Efficacie l'Odoardo di Kristofer Lundin.

Buona la prova del Salzburgher Bachchor diretto da Alois Glassner.

 
 
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