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Recensione opera lirica Cavalleria Rusticana di Pietro Mascagni a Caserta

Manlio Mirabile, 24/08/2018

In breve:
Caserta - Recensione dell'opera lirica Cavalleria Rusticana di Pietro Mascagni in scena al Belvedere di San Leucio a Caserta sabato 28 luglio.


Al Belvedere San Leucio di Caserta, nell'ambito della Rassegna “Un'Estate da RE” è andata in scena una esecuzione memorabile della Cavalleria Rusticana. Opera somma che rivoluzionò la cultura dell'opera lirica e permise all'Italia del Sud la rivincita nel teatro lirico. Negli anni immediatamente successivi alla sua prima, altri drammi di passione e di sangue, di ambiente popolare e forti caratterizzazioni regionali, invasero la scena operistica, a dimostrazione che le frontiere del giovane Regno d'Italia includevano anche un mondo sofferente e tenuto drammaticamente lontano dal progetto di sviluppo che investiva il Nord della penisola.

Con Mala vita di Umberto Giordano; con i Pagliacci di Ruggero Leoncavallo, con Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni l'Italia del Sud ancora povera e semianalfabeta si erse sul palcoscenico nobile dell'Opera e fece sentire la sua presenza a lungo elusa.

Cavalleria esordì al Costanzi di Roma nel 1890 e fu subito successo. Il soggetto drammatico, la sua passionalità accesa, l'ambiente popolare, una religiosità superstiziosa, le masse contadine quali interpreti, rivelarono al teatro lirico la verità ignorata di una classe di contadini dai sentimenti violenti come l'onore offeso, la gelosia, il tradimento, la sfida vendicatrice, la superstizione. Di Mascagni, dovettero impressionare la vena di canto imponente nella sua irruenta spontaneità, l'impiego delle voci, la presenza di un popolo in scena, gli ampi squarci sinfonici.

Ma pur con questi aspetti innovativi, va riconosciuto che Cavalleria poggia su un impianto che non rompe con la tradizione. In essa Mascagni adotta romanze, duetti, concertati e una distribuzione dei ruoli vocali, secondo la più fedele tradizione del melodramma romantico. E fedele a tale tradizione l'Opera si apre con un preludio strumentale e con un coro d'introduzione, seppure, interrotto dall'irrompere della ventata di accesa passionalità della Siciliana di Turiddu.

L'originalità di Mascagni si coglie anche quando recupera le forme chiuse della tradizione. Solo quando la vicenda drammatica richiede l'inserimento di una canzone, compone diffusamente “musica di scena” quali la sortita di Alfio, lo stornello di Lola, il brindisi di Turiddu. Con l'inserimento di questi canti, si compie l'adesione al principio della “verità”, che l'estetica verista trasmette a una forma non-verista come l'opera lirica, avviandone la radicale trasformazione verso il dramma musicale. Ma quanti decretarono il trionfo di Cavalleria, forse, non furono colpiti dalle novità stilistiche e formali. Ciò che più li trascinò fu quel senso di “aria aperta”, di Sicilia ripresa dal vivo, ricorrente nella partitura, o forse furono quell'inedito clima paesano ricreato con canti d'impronta popolare e il sensuale empito melodico che si espande dagli interventi solistici ai cori e alle ampie pagine sinfoniche, come il coinvolgente “Intermezzo“.

Degli artisti all'opera a San Leucio, è giusto che il primo apprezzamento vada al Mº Francesco Ivan Ciampa, alla guida dell'Orchestra del Verdi di Salerno. Ogni singolo suono, ogni gesto, ogni intenzione, era soppesato. Costante era la ricerca di capire il volere e rispettare il dettato del compositore, di rendere il rapporto tra i colori, le fioriture, le pause, le dinamiche, le scelte timbriche dei suoni e loro significati, sempre nitido e comprensibile.

A tale magistero di direzione si deve la potenza evocativa e il grande afflato lirico colti nella religiosa esecuzione dell'Intermezzo sinfonico così intenso e struggente.

Tra gli interpreti, il primato va doverosamente riconosciuto ad Amarilli Nizza (Santuzza), al suo debutto nel ruolo. Sola, impoverita, sedotta e abbandonata, Santuzza, emersa dalla folla di donne in festa per la Pasqua, sente il dolente peso del suo peccato autodefinendosi dannata, scomunicata, eppure disposta al perdono pietoso. Ma il suo peccato è la sua discesa agli Inferi. Vestita a lutto, al lutto eterno della dannazione, percorre tutte le tappe di una pagana via Crucis scandita dai tintinnii delle campane della messa di Pasqua, fino alla inevitabile abiezione della scellerata vendetta consumata consegnando al carnefice la vittima predestinata e in fondo consegnando sé stessa. La interpretazione di un tale personaggio, profondamente umano e intimamente religioso, esige da parte dell'interprete un corredo di mezzi eccelsi. Immedesimazione negli anfratti della spiritualità del personaggio, una naturale propensione alla recitazione si che ogni parola anche non cantata, abbia potenza comunicativa, una voce capace di dare verità alla implorazione come alla invettiva, alla supplica come alla vendetta, alla preghiera come alla maledizione. Amarilli Nizza è stata tutto questo con un dominio della frase musicale pari al dominio della frase letteraria, come la celebre Voi lo sapete o mamma, poesia pura in versi a rima baciata. Completa in tutto, il soprano raggiunge la difficilissima chiusa dell'unico duetto con Turiddu: A te la Mala Pasqua. Spergiuro. Brevissima chiusa, in cui tutta la rabbia, tutto il dolore, tutta l'ansia di vendetta, sprizzano violenti dal cuore di Santuzza e sono scagliati tra lacrime e singhiozzi contro lo spergiuro Turiddu.

Diego Cavazzin era Turiddu. L'uomo è solo. Solo di fronte ad Alfio cupo e feroce nella sete di vendetta. Solo di fronte a Santuzza ossessa dal suo stato di sedotta e abbandonata in un ambiente incapace di coglierne il dolore immenso. Solo di fronte a Lola, personaggio incapace di amare e di avere pietà. Vittima predestinata e sacrificale della Pasqua di sangue, sarà sgozzato come agnello di un rito feroce di espiazione e liberazione collettive. A Turiddu sono affidate tre arie di intensa portata: la Siciliana d'ingresso, l'invito al brindisi e l'Addio alla mamma. Il canto c'è. Ma la dolcezza, l'afflato, il rimorso, il presagio triste della morte, sono sensazioni illeggibili nel suo fraseggio, nei passaggi di tonalità, nella gestualità.

Alfio era Alberto Mastromarino. Nella sua ricchezza è il simbolo e il dominus del villaggio che non può subire oltraggi. Simbolo della violenza e della vendetta quale lavacro dell'offesa, è spavaldo, aggressivo, impietoso. Cupo. La voce baritonale di Mastromarino si adegua a tale ruolo e lo esalta. Convincente la sua interpretazione e nobile nella sua tragicità il rifiuto con cui all'invito di Turiddu risponde: Il vostro vino non l'accetto, che anticipa la sfida rusticana.

Lola era Patrizia Porzio, la quale canta correttamente il suo stornello Fior di giaggiolo, ma senza grazia, assolutamente immune dalle diatribe sentimentali di cui è causa e vittima.

Mamma Lucia era Elena Traversi. Mamma Lucia canta poco ma recita molto. E nella diversità di gesti e atteggiamenti nei confronti di Santuzza che pur non essendo figlia, la chiama mamma, e nei confronti del figlio Turiddu, per il quale rappresenta l'unico legame, sa essere Mamma che con gesti lenti e solenni. Si commuove, rimane in ascolto, sa tacere e piangere con una verità quasi scolpita.

Ineccepibile il coro diretto dal Mº Francesco Aliberti.

Encomiabile la regia di Riccardo Canessa, che negli spazi ridotti di un palcoscenico allestito allo scopo, ha saputo far muovere masse di uomini e donne e far recitare gli interpreti principali. Il pubblico ha reagito con applausi anche a scena aperta, e con la giusta richiesta di bissare l'Intermezzo, momento apicale di tutta la rappresentazione.

 
 
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