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Recensione opera Tosca di Giacomo Puccini al Teatro Alla Scala di Milano

William Fratti, 10/01/2020

In breve:
Milano, il 13 dicembre 2019 - Recensione dell'opera lirica Tosca di Giacomo Puccini in scena al Teatro Alla Scala di Milano il 13 dicembre 2019.


Il Teatro alla Scala di Milano, universalmente considerato il vero tempio della lirica, uno dei pochi teatri al mondo ad avere un'importante data fissa per l'inaugurazione da ben oltre mezzo secolo, torna prepotentemente in TV con il record di ascolti della diretta televisiva. Il titolo di cassetta, l'audience che ruota attorno alla star protagonista, una campagna marketing funzionale sono stati indubbiamente gli ingredienti principali di questo successo mediatico. Inoltre il suono è decisamente migliore rispetto a quello della diretta radiofonica e ciò rende particolarmente felici anche i melomani più accaniti.

Riccardo Chailly prosegue la sua lettura dei capolavori di Giacomo Puccini - dopo Turandot col finale di Luciano Berio, La fanciulla del West con l'orchestrazione originale, Madama Butterfly e Manon Lescaut nelle prime versioni - con Tosca, presentata nell'edizione critica a cura di Roger Parker. Il direttore milanese, pur imponendosi come riferimento per l'interpretazione pucciniana, alla guida di un'orchestra strabiliante e di un cast vocale di altissimo livello, non riesce a commuovere come nelle precedenti occasioni, risultando straordinario soltanto nella prima parte del duetto di secondo atto tra Tosca e Scarpia e nella bellissima introduzione di "E lucevan le stelle" dopo la canzone del pastorello. Nelle altre parti dell'opera sembra forse troppo attento ad una certa precisione meccanica, piuttosto che improntato al sentimento, ma ciò non pregiudica certamente la sua levatura.

Anna Netrebko è indiscutibilmente una delle migliori cantanti del pianeta, dotata di una morbidezza e una facilità su tutta la gamma che non hanno eguali. Acuti comodi e agevoli, centri pieni e corposi, gravi saldi e voluminosi, piani ottimamente timbrati, forti ben proporzionati, il tutto arricchito da un bel legato, un fraseggio interessante ma forse un po' misurato, una buona dizione eccetto per le consonanti doppie. Nonostante tutto, la sua Tosca non risulta così emozionante come ci si aspetterebbe e la sua vocalità è preferibile in altro repertorio, tra cui il drammatico verdiano.

La affianca il Cavaradossi di Francesco Meli, anch'egli da considerarsi uno dei migliori dell'intero panorama internazionale. La sua interpretazione è sicuramente vincente in termini di colori e sfumature, ma il suo bel timbro e il suo buon uso della parola scenica si sposano meglio coi ruoli cantabili verdiani.

Lo stesso vale per Luca Salsi. Il suo Scarpia è cantato in maniera eccelsa, con una resa del personaggio - attraverso la voce - davvero intensa e avvincente, ma come gli altri protagonisti, pur essendo tutti al top, tutti numeri uno, nessuno di loro è in grado di dare quel valore aggiunto da risultare i migliori di sempre, ciò che invece sarebbe potuto accadere con un titolo diverso, ad esempio un Macbeth.
Ottimi anche i ruoli di contorno, soprattutto il Sagrestano elegante di Alfonso Antoniozzi, con una voce che corre e predomina, e lo Spoletta di Carlo Bosi, che è sempre una solida certezza. Più che adeguati anche l'Angelotti di Carlo

Cigni, lo Sciarrone di Giulio Mastrototaro, il Carceriere di Ernesto Panariello e il Pastore di Gianluigi Sartori.

Lo spettacolo trionfante di Davide Livermore con le grandiose scenografie di Giò Forma è, senza ombra di dubbio, creato per la televisione - in cui risulta addirittura migliore che dal vivo - ed è un chiaro e meritato omaggio alla macchina teatrale della Scala - e proprio per questo ci si poteva risparmiare una pausa.

L'idea di fondo è pressoché quella originale di Puccini, eccetto per alcuni piccoli momenti - come il finale di secondo atto - che fanno risultare l'azione piuttosto vuota; inoltre l'uso della controfigura non crea alcun coup-de-thé├ótre e appare superflua. Il lavoro di regia, come di consueto, è perfetto nell'equilibrio di movimenti, gestualità, ingressi e uscite, scene e controscene, e i personaggi sono molto ben disegnati. Il mastodontico allestimento è piuttosto piacevole in primo atto, anche se un po' troppo movimentato; è superlativo in secondo atto; meno efficace in terzo, dove si abbandona il realismo dei precedenti a favore di un evocativo che lascia il tempo che trova.

I costumi di Gianluca Falaschi, azzeccatissimi per il coro, i figuranti e i comprimari, cadono sui protagonisti, soprattutto quelli di dubbio gusto di Tosca, quello di Scarpia troppo simile ai suoi scagnozzi e la discutibile parrucca di Cavaradossi. Ottime le luci di Antonio Castro e le proiezioni di D-wok.

Tutto sommato si tratta di una vera Tosca, di una vera Prima della Scala, dove ogni artista si merita il plauso dell'eccellenza, ma il risultato complessivo non ha portato ad alcun entusiasmo. Purtroppo talvolta la perfezione non è sinonimo di sentimento.

 
 
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