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» Recensione opera La Traviata Teatro delle Muse di Ancona marzo 2008

Gian Paolo Grattarola, 15/04/2008

In breve:
Gian Paolo Grattarola scrive la recensione dell'opera "La Traviata" di Giuseppe Verdi eseguita al Teatro delle Muse di Ancona dal 29-02-2008 al 05-03-2008.


La Traviata di Giuseppe Verdi

Libretto di Francesco Maria Piave
Regia di Arnaud Bernard
Direttore d'orchestra Christian Badea
Scene di Alessandro Camera
Costumi Carla Ricotti
Luci di Patrick Méeus
Soprano : Mariella Devia (Violetta Valere)
Tenore : Saimir Pirgu (Alfredo Germont)
Baritono : Luca Salsi (papà Germont)
Orchestra Filarmonica Marchigiana
Coro Lirico V. Bellini.
Genere : Opera lirica in tre atti.
Durata : 180 minuti.
Teatro delle Muse di Ancona
Dal 29.02.2008 al 05.03.2008

Opera nel complesso di apprezzabile fattura in cui la mai abbastanza celebrata Mariella Devia sopperisce con una prova magistrale alle lacune della direzione orchestrale, incapace di ricreare gli accenti del dolore e la palpitante poetica degli affetti di Verdi.

Nonostante la presenza dei due più famosi preludi composti da Verdi e il continuo ricorrere di ritmi ternari Christian Badea non riesce a far decollare l'orchestra ed il tessuto strumentale resta puntualmente relegato in secondo piano da una messinscena che privilegia un impianto drammaturgico in cui riluce il virtuosismo lirico e l'incanto seduttivo di Mariella Devia. ┬áPiaccia o no, anche questa edizione de La Traviata si sostanzia nella sua protagonista. E non perché Violetta sia interpretata da un soprano di caratura mondiale, acclamata nei principali teatri lirici internazionali; ma perché il maestro ha scelto di affrontare un caposaldo della letteratura operistica con lo spirito del neofita ancorché di lusso.

Ne è scaturita una direzione formalmente incanalata su binari tradizionali, incapace di cogliere dettagli e sfumature di quell'immortale melodia con cui Verdi inquieta e consola, ferisce e risana. Badea accarezza la Filarmonica Marchigiana rendendola vaporosa e non riesce qui a ricreare quella suggestione romantica capace per alchimia di estendersi al pubblico, regalandogli intensi spazi di rapimento estatico. Forse a causa dell'inesausta varietà dinamica impressa dalla lettura pur classica e rispettosa del testo operata dal regista Arnaud Bernard.

Questi rinuncia nondimeno all'interno dei canonici quattro interni borghesi fissi, avvalendosi di una scenografia fluida che Alessandro Camera ricava da repentini cambiamenti a vista. Per cui si passa dall'atmosfera lussuriosa del divano del primo atto alla drammatica scomposizione finale dell'appartamento, anticipato dall'incombente crudeltà del male che qui assume i contorni cromatici del nero, che irrompe sul tema dominante del bianco e lo violenta.
Facendo leva sulle linee guida del simbolismo e del minimalismo, il regista francese rinuncia agli orpelli oleografici, confezionando un prodotto essenziale ma raffinato, dominato tuttavia dal ritmo veloce che non lascia allo spettatore il tempo di immedesimarsi in questo capolavoro della più sognante delicatezza romantica.

L'attenzione si polarizza ovviamente sull'interpretazione del celebre soprano, che ricava dalla forza magica della propria voce note palpitanti e flautate, un impasto timbrico di morbido fascino e di bella cantabilità. Indimenticabili alcuni passi di straniante dolcezza e di trepido abbandono eseguiti con sensuale consapevolezza scenica, rivelandosi artista capace di trasmettere emozioni in virtù di una voce ricca di vibrante lirismo e di comunicativa squisita.

Il tenore albanese Saimir Pirgu, pur dispiegando tutta la gamma delle sue potenzialità vocali, è un Alfredo Germont privo della forza drammatica più viva. La sua interpretazione, pur misurata e carica di sicurezza tecnica, avrebbe tratto maggiori benefici da una maggiore carica di passionalità. Luca Salsi, nei panni di papà Germont, brilla per la rilucente prestanza del suo ragguardevole timbro baritonale profondo e vibrante. I costumi originali sono stati ricreati da Carla Ricotti in una nuova visione di grande raffinatezza che privilegia la linea rispetto al dettaglio.

Gian Paolo Grattarola

 
 
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