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Recensione opera Lucia di Lammermoor - Teatro Regio di Parma

William Fratti, 28/02/2009

In breve:
Di seguito la recensione della seconda opera in cartellone al Teatro Regio di Parma: Lucia di Lammermoor del compositore bergamasco Gaetano Donizetti.


La Stagione Lirica 2009 del Teatro Regio di Parma prosegue all'insegna del romanticismo con la messa in scena di Lucia di Lammermoor, capolavoro indiscusso di Gaetano Donizetti, su libretto di Salvatore Cammarano, tratto dal celebre romanzo di Walter Scott.

Protagonisti assoluti della recita a cui abbiamo assistito martedì 24 febbraio sono Désirée Rancatore e Stefano Secco, lungamente applauditi dal pubblico presente in sala, anche se talvolta zittito da qualche loggionista probabilmente reduce dalle polemiche che si sono succedute durante la prima, trasmessa in diretta video dalla rete televisiva locale.

Non è piaciuto l'allestimento interamente firmato da Denis Krief, creato nel 2000 per il Teatro Lirico di Cagliari e vincitore del prestigioso Premio Abbiati della Critica Italiana, forse troppo contemporaneo o forse eccessivamente spogliato dei caratteri originali del dramma, come il Castello di Ravenswood e la Torre di Wolferag a favore di una scenografia lineare e claustrofobica.
A nostro parere il regista italo-francese ha creato uno spettacolo filologico e rispettoso della vicenda, sapendo portare sul palcoscenico un'intensa drammaticità pur rinunciando alle classiche gestualità tipiche del melodramma. Incredibile è l'invenzione con cui la panchina del viale su cui si incontrano i due innamorati resta sempre in scena, testimoniando come tutto ruoti attorno a questo sogno d'amore che presto porterà Lucia alla pazzia ed Edgardo al suicidio. Parimenti indicativa è la scelta di un impianto scenografico che incute il timore degli spazi chiusi, sottolineando come tutto si stia troppo velocemente stringendo attorno ai protagonisti, aprendosi solo per qualche istante durante il loro incontro furtivo accanto alla fontana della Sirena, che si trasforma nel mare. Infine la sala da biliardo in cui avvengono la firma del contratto di matrimonio e il banchetto di nozze forse sta a significare la leggerezza con cui Enrico si immette nella vita di Lucia esclusivamente a favore dei suoi giochi politici, anche se in questo caso la scelta di Denis Krief ci sembra eccessiva e di cattivo gusto.

Désirée Rancatore, nei panni della giovane Lucia di Lammermoor, sa dipingere un personaggio reale e intenso, accompagnato da un canto sublime che commuove gran parte della platea. La speranza del primo atto cede il passo alla disperazione del secondo ed infine alla pazzia del terzo, mentre la vocalità resta sempre attentamente ancorata alla liricità più pura, infiorita e colorata come da tradizione, pur senza andare a discapito delle note più gravi. I suoni emessi dal soprano palermitano sono ben appoggiati e il controllo del fiato le permette di emettere dei bellissimi filati e una certa morbidezza negli acuti e nei sovracuti. Durante la lunga aria “Il dolce suono mi colpì di sua voce” ci fa trattenere il respiro, ci tocca profondamente con la sua interpretazione e ci dona un canto da manuale. Le poche contestazioni a lei rivolte durante la prima recita sono forse dovute alla limpidezza della sua voce, ma a suo discapito è bene ricordare che molte altre grandi interpreti, del passato e del presente, sono state spesso vittime di altrettante discussioni nei primi anni di confronto con questo ruolo, che nulla ha di drammatico se non per essere stato divinamente interpretato da Maria Callas, ma che è un puro trattato di belcanto e il colore scuro non è necessario, né è stato espressamente richiesto dal compositore.

Stefano Secco ci sorprende positivamente ogni volta che lo incontriamo e dimostra di saper trovare le sfumature più accurate nella parte di Edgardo. Le mezze voci commoventi e ben sostenute, gli acuti squillanti e ben appoggiati, la buona e limpida linea di canto fanno di questo tenore un interprete di altissimo livello, confermato da frasi come “Ah di Dio la mano irata ti disperda” nel concertato finale di secondo atto, “Fin degli estinti, ahi misero” e “O bell'alma innamorata” nella scena conclusiva dell'opera.

Il baritono Gabriele Viviani canta con estrema correttezza, ma forse manca dell'incisività e dell'impeto tipici dell'antagonista romantico ed il suo personaggio ha poco risalto nell'economia del melodramma. Carlo Cigni è invece un Raimondo che solo a tratti riesce ad imporsi tra i protagonisti a livello drammaturgico e la sua linea di canto non è priva di incertezze, soprattutto nel registro grave e lo troviamo in serie difficoltà nella cadenza “La virtude a lei mancò” nell'ultimo atto.

Buona è la prova dei tenori comprimari Francesco Marsiglia e Angelo Villari e del Coro del Teatro Regio di Parma guidato da Martino Faggiani. Completa il cast il mezzosoprano Grazia Gira.

La guida di Stefano Ranzani, purtroppo tacciata di eccessiva lentezza durante la prima, ci sembra rispettare la partitura, anzi è attenta alle sfumature e sa accendere la tensione nei momenti più drammatici ed allentarla in quelli più lirici, riuscendo a trasmettere nuove emozioni in un titolo che è nel suo repertorio da quasi venti anni e che lo ha visto dirigere i più grandi interpreti.

 
 
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