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» Recensione opera Adriana Lecouvreur di Cilea al Massimo di Palermo

Gigi Scalici, 04/04/2009

In breve:
A fine febbraio è andata in scena al Teatro Massimo di Palermo la celeberrima Adriana Lecouvreur di Francesco Cilea. Protagonista la ormai famosa coppia Dessì-Armiliato.


ADRIANA LECOUVREUR AL MASSIMO DI PALERMO

Il Maestro Donato Renzetti chiude l'ultima misura della partitura, il sipario scorre lentamente, Adriana giace a terra senza vita, su di lei un cono di luce bianca, silenzio per qualche secondo e poco alla volta insorgono i fragorosi applausi del folto pubblico commosso, rimasto attonito in assoluto silenzio religioso.
Daniela Dessì - Adriana Lecouvreur Un'ovazione per Daniela Dessì che si rivela ancora una volta grande interprete anche del repertorio verista e che può essere annoverata certamente tra le più grandi esperte che l'hanno preceduta nel titolo del ruolo.


Ricordiamo con gran piacere la precedente Adriana di Raina Kabaivanska degli anni novanta con Giorgio Merighi al Teatro Politeama, che era stato pure un gran successo, ma possiamo confermare che anche questa edizione non ha nulla da invidiare.


Daniela Dessì è in piena carriera ed in piena maturità vocale di soprano lirico dall'ottima estensione, dal bel timbro adeguatamente drammatico, che gli consente di affrontare con gran sicurezza i ruoli più spinti e nei recitativi come in quest'occasione, si dimostra grande attrice raffinata ed elegante.
Sin dall'esordio di "Io son l'umile ancella” del primo atto, affascina gli spettatori nonostante la voce ancora fredda, in “Poveri fiori” ed “Ecco la luce” dell'ultimo atto raggiunge la massima espressione recitativa, ma in “Giusto cielo! che feci in tal giorno, di Fedra” è grande attrice drammatica.
Dessì-Armiliato - Adriana Lecouvreur In perfetta sintonia - insieme a Daniela anche nella vita e lo si vede dall'affiatamento nei verosimili duetti amorosi - Fabio Armiliato, Maurizio, Conte di Sassonia, anch'esso beniamino del pubblico palermitano, in piena forma ha risolto il personaggio con sicurezza. Armiliato è un tenore lirico dal bel timbro e dallo stile elegante che non ha una voce dal gran volume, ma riesce a manifestare, grazie alla tecnica accurata e costantemente alla ricerca di perfezionamenti, le giuste espressioni, talvolta romantiche in “La dolcissima effigie ”, affrante in “L'anima ho stanca ” oltre che eroiche in “I miei s'appiantano dietro ogni ostacolo ”.


Personaggio opportunista, Maurizio è conteso tra le due pretendenti, Adriana e la Principessa di Bouillon. Ildiko Komlosi nelle vesti della principessa è ottima rivale di Adriana, sin dall' "Acerba voluttà" estende la sua ricca e potente voce di mezzosoprano dal bel timbro scuro. Artista ungherese in carriera sin dalla fine degli anni ottanta, anch'essa affermata interprete internazionale, ha coperto tutti i ruoli del suo registro con gran successo di critica e di pubblico. Il duello con Adriana ÔÇô soprattutto vocale - è stato esemplare, eseguito da entrambe con potenti ed accesi accenti, oltre ai bellissimi duetti amorosi con Maurizio.


Un po' giù di tono invece l'interpretazione di Michonnet di Alberto Mastromarino, non tanto per il personaggio piuttosto adeguato, ma per la resa vocale che non è sembrata appropriata. Chiaramente Michonnet richiede più recitazione che piena estensione vocale, ma da questo affermato baritono dal bel timbro scuro e pastoso ÔÇô molto apprezzato precedentemente al Massimo in Tonio de I Pagliacci ed in Gianni Schicchi - avremmo preferito una voce più impostata in maschera e meno “nasale”, come è stata invece spesso. Tuttavia ha risolto il ruolo con professionalità ed in “Ecco il monologo” è stato un buon interprete.


Completavano dignitosamente il cast il basso Roberto Tagliavini-Principe di Bouillon, il tenore Aldo Orsolini-Abate di Chazeuil, oltre i soprani Patrizia Gentile-Jouvenot e Luisa Francesconi-Dangeville, madamigelle.


Adriana Lecouvreur dalla storia e dal libretto un po' complesso per gli intrighi amorosi che si svolgono è insieme alla precedente “L'Arlesiana” la composizione più significativa del trentaseienne Francesco Cilea, della scuola verista. Tuttavia rispetto agli altri musicisti della giovane scuola, come Giordano e Mascagni, si distingue per la particolarità melodica di chiara ispirazione francese e per la tessitura più accurata. L'opera è colma infatti d'arie e duetti d'ampio trasporto e di un'orchestrazione ricca di bellissimi colori che Donato Renzetti, tornato alla direzione della compagine del Massimo, ha approfondito con accurata concertazione.


Scena - Adriana Lecouvreur


Ripresa da un ormai storico allestimento dell'Opera di Roma, la regia di Giulio Ciabatti è sembrata un po' statica, belle le scene di Ettore Rondelli anche se molto tradizionali e piuttosto sobri ed eleganti i costumi di Maria de Matteis. Al solito il pubblico si è diviso tra i “conservatori” che ovviamente l'hanno molto apprezzata e tra coloro che avrebbero preferito delle innovazioni registiche, pur se contenute nella razionalità.
Scena - Adriana Lecouvreur In ogni caso le scene non erano così complesse da giustificare i lunghi ed estenuanti intervalli tra i quattro atti.

Una rappresentazione in definitiva artisticamente completa ed acclamata con ampi consensi anche per tutti gli altri interpreti, per il coro e per la coreografia del balletto del “Giudizio di Paride”.

Gigi Scalici
 
 
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