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» Recensione Opera Maria Stuarda di Donizetti - Teatro La Fenice di Venezia

William Fratti, 10/05/2009

In breve:
03/05/2009 - La recita di domenica 3 maggio conclude gli appuntamenti del Teatro La Fenice di Venezia dedicati a Maria Stuarda, la seconda opera di Donizetti dedicata alla dinastia Tudor.



Maria Stuarda - Scena


Fiorenza Cedolins, al suo debutto nel ruolo della regina Maria di Scozia, riesce abilmente a mostrare tutte le qualità della sua voce, con un bel colore e timbro tipici del soprano lirico pieno, ma soprattutto sfoggia una tecnica importante che le permette di affrontare le difficili agilità del ruolo, tra l'altro abbellite da alcune variazioni, gli ardui passaggi di registro, soprattutto tra la zona centrale e quella grave, i pianissimi dedicati ai passaggi più patetici, alcune tinte drammatiche nel concertato finale della seconda parte e nella breve scena con Cecil. Durante la lunga conclusione dell'opera la signora Cedolins non esita a risparmiarsi ed è ampiamente applaudita al termine di “Quando di luce rosea” oltre che raggiunta da numerose richieste di bis dopo la commovente preghiera “Deh! Tu di un'umile”, dove è efficientemente accompagnata dal Coro del Teatro La Fenice, guidato da Claudio Marino Moretti, e da Pervin Chakar nel ruolo di Anna Kennedy.

Sonia Ganassi e José Bros si confermano altissimi interpreti del belcanto. Il mezzosoprano emiliano, esperta del ruolo di Elisabetta, si trova perfettamente a suo agio nelle insidie della parte, soprattutto nei passaggi più acuti e nelle agilità, dove dimostra chiaramente la sua inclinazione a rischio di risultare leggermente debole nelle zone più gravi. La cavatina che apre il melodramma “Ah! Quando all'ara scorgermi” è resa mirabilmente, ma le emozioni più intense vengono regalate al pubblico durante l'ultima apparizione del personaggio in “Quella vita a me funesta”. Il tenore spagnolo è preciso e musicale e sa mostrare le sue qualità vocali, senza mai cercare di sovrastare i personaggi femminili, proprio come il compositore bergamasco aveva indicato.

I protagonisti, guidati dall'abile bacchetta di Fabrizio Maria Carminati sul podio dell'Orchestra del Teatro La Fenice, sono validamente affiancati da Mirco Palazzi nel ruolo di Talbot, basso riminese che qui avvalora le sue qualità di belcantista, e da Marco Caria, giovane baritono nei panni di Cecil.

L'allestimento è interamente firmato da Denis Krief, che si conferma un vero maestro di gestualità, suggestione, movimenti scenici, impianti drammaturgici e disegno luci. Ciononostante il regista franco-italiano non è avulso da uno stile che sembra più una copia di se stesso che una tendenza artistica. In effetti tanto i costumi quanto la scenografia claustrofobica ricordano diverse sue messe in scena di altri titoli e la mancanza assoluta di chiari riferimenti epocali in un dramma a fortissima caratterizzazione storica è certamente discutibile.



Maria Stuarda - Scena


La scelta di ambientare Maria Stuarda all'interno di un labirinto può essere geniale, se si considerano gli intrichi personali e politici di cui sono entrambe vittime le due protagoniste, ma oltre due ore di musica collocate in un dedalo risultano essere alquanto noiose, mentre i costumi delle regine sembrano più simili agli abiti del pubblico seduto in sala che rievocanti il rinascimento inglese. La coproduzione con il Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste, il San Carlo di Napoli e il Massimo di Palermo è un buon indice di collaborazione tra le Fondazioni del paese, ma in molti si domandano se sia necessario spendere del denaro in altri nuovi allestimenti, quando la situazione economica nazionale rischia di costringere i teatri a diminuire il numero delle rappresentazioni.
 

 
 
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