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» Recensione dell'Opera Roméo et Juliette di Charles Gounod al Teatro Verdi di Pisa

Silvia Cosentino, 21/10/2010

In breve:
Sabato 9 ottobre Roméo et Juliette di Charles Gounod ha aperto la Stagione Lirica 2010/2011 del Teatro Verdi di Pisa: un allestimento pulito e di forte impatto per la storia d'amore più celebre di tutti i tempi.


Tra il 1594 e il 1596 William Shakespeare scrive The Most Excellent and Lamentable Tragedy of Romeo and Juliet: inizialmente rappresentata dalla compagnia in cui recita lo stesso autore, la tragica vicenda dei due giovani innamorati è destinata, da quel momento, a segnare in modo indelebile la letteratura e il teatro del mondo intero fino ai giorni nostri. Adattamenti scenici, riduzioni musicali e cinematografiche, operazioni mediatiche si susseguono nel tempo in un vortice che, nel ridurre l'opera a un surrogato di frasi romantiche di facile uso e sicuro risultato, non manca di sfociare nella fanatica banalità. A Verona si fatica a trovare luogo più agghiacciante di quello in cui, secondo la tradizione, si trova il "Balcone di Giulietta": un delizioso ed elegante cortile, violentato da orde di turisti affamati di parole vuote e gadget da portare a casa.

In questo quadro talvolta desolante, si innestano però capolavori che hanno saputo carpire e rielaborare l'essenza della tragedia shakespeariana, interpretandola con una personale sensibilità mai dimentica della fonte. Nel 1816 Gioachino Rossini è il primo italiano a mettere in scena uno dei drammi più popolari dell'autore inglese, così come il gusto Romantico dell'epoca richiede: nel 1831 il suo Otello è destinato a impressionare Charles Gounod, che da quel momento decide di seguire la carriera di compositore. Nel 1865 il francese definisce la scelta del soggetto, quella struggente storia d'amore ambientata in Italia su cui già Vincenzo Bellini, tra gli altri, aveva lavorato con I Capuleti e i Montecchi. Forte della collaborazione di Jules Barbier e Michel Carré (librettisti specializzati nella riduzione della grande letteratura), Gounod musica per intero cinque atti che seguono l'andamento del dramma originale, semplificando però i cambi scena ed escludendo episodi e personaggi non fondamentali. Il risultato è un'opera elegante ed equilibrata, in cui i momenti più lirici, controllati e mai debordanti, predominano grazie ai molti Duetti e Assolo dei protagonisti.

Dopo il debutto trionfale al Thé├ótre Lirique di Parigi il 27 aprile 1867, Roméo et Juliette è stata rappresentata con diversi cambiamenti nella partitura: in questo nuovo allestimento pisano, coprodotto con l'Alighieri di Ravenna, il Centro servizi culturali Santa Chiara di Trento e il Sociale di Rovigo, sono assenti il balletto (composto per l'Opéra) e il canto nuziale; da notare, invece, la presenza dell'Entr'acte tra quarto e quinto atto e l'esecuzione integrale del duetto nel secondo (De cet adieu), ritenuta da Gounod fondamentale per una resa efficace dei sentimenti espressi.

Ciò che maggiormente colpisce è senza dubbio la scelta registica e scenografica di Andrea Cigni, volta a dare risalto a canto e recitazione attraverso pochi, significativi elementi. Lo spazio, fisico e concettuale, del dramma di Romeo e Giulietta è delimitato da tre pareti di un'ampia stanza asettica, con quattro porte per lato e sommità praticabile; al centro, una pedana su cui si svolgono le azioni. Domina un blu uniforme, elettrico o lunare in base alle scelte di volta in volta operate da Fiammetta Baldisserri. Eseguito dal Coro della Toscana (nato dall'accordo tra l'Amministrazione Regionale e i teatri di tradizione di Livorno, Lucca e Pisa, e qui al suo debutto a fianco dell'ORT sotto la direzione di Marco Bargagna), il Prologo è accompagnato dalla discesa di una bianca alcova macchiata di sangue: così come il canto anticipa la sventurata sorte dei due, questo elemento incombe come previsione di scontro tra purezza e violenza, illusione e disillusione. Astratta da spazio e realtà, la "stanza di tortura" diviene (praticamente senza aggiunta di elementi scenici, eccezion fatta per il letto nel quarto atto) dimora e giardino dei Capuleti, chiesa, luogo d'amore e cripta dalle porte scardinate: questa coraggiosa scelta registica di nulla ha bisogno se non dell'interpretazione dei cantanti, voci e corpi palpitanti sul palco. La scena è quindi subordinata a uno spazio interiore, in cui si consuma un dramma che, come del resto nella maggior parte dei soggetti shakespeariani, si alimenta della propria forza espressiva, senza necessità di accessori. A completare questa neutralità, i semplici costumi di Massimo Poli, bianchi per i Capuleti e neri per i Montecchi; pur con diversi cambi, Giulietta indossa sempre vesti candide, espressione della purezza del proprio sentimento.

Arduo, e non del tutto risolto, il compito dei due giovani interpreti principali, alle prese con una scena pressoché vuota e per questo di difficile gestione. Il bel soprano Monica Tarone risulta disinvolto nei movimenti, tradendo però una certa fatica nella potenza vocale; complessivamente corretta la performance canora del tenore Alessandro Luciano, non sempre a proprio agio nell'interazione fisica con la partner. I due sono affiancati da un gruppo di altrettanto giovani cantanti, abili nella restituzione dei vari caratteri: tra gli altri, Marlene┬á Lichtenberg┬á (Gertrude), Carlos Natale (Tybalt), Nicola Vocaruto (Benvolio), Brian Kickel (Mercutio) e Silvia Regazzo, nel dinamico ruolo en travesti del paggio Stéphano. Michele Rovetta offre una direzione dell'Orchestra della Toscana che ben distingue con colori e respiri i momenti dell'intimità sentimentale da quelli incombenti della morte ineluttabile.

Questo allestimento sa rinverdire tutta la raffinata bellezza del capolavoro di Gounod, offrendo una prospettiva pertinente e attuale che esalta la straordinaria universalità delle tematiche shakespeariane, senza tuttavia perdere il sapore magico della storia d'altri tempi.

 
 
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