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» Recensione dell'opera Le nozze di Figaro di W.A. Mozart al Maggio

Silvia Cosentino, 19/11/2010

In breve:
Firenze, 5/11/2010 - Dal 2 al 9 novembre il Maggio ha riproposto Le Nozze di Figaro nel fortunato allestimento di Jonathan Miller; rappresentato nel 1992 e nel 2003, lo spettacolo e' frutto di una lunga e proficua collaborazione del regista inglese con il Teatro Comunale e Zubin Metha. In questo caso, le repliche sono state riprese da Gianfranco Ventura e il podio ha visto il debutto fiorentino del Maestro norvegese Arild Remmereit.


C'è tutto l'universo psicologico dell'uomo in questo capolavoro mozartiano: il "nuovo genere di spettacolo" a cui Lorenzo Da Ponte fa riferimento all'inizio del libretto allude, infatti, a un'inedita concezione di scrittura teatrale, in cui i serrati ritmi scenici trovano diretta corrispondenza nella forma musicale. La rigida suddivisione dei generi viene qui scardinata verso una fusione di registri, una ricchezza di linguaggio a servizio dell'introspezione emotiva: in costante e reciproca contaminazione, i personaggi non sono più maschere, semplici ruoli teatrali incastrati in un cliché, ma uomini e donne alle prese con le complesse, e mai limpide, dinamiche del vivere.

La folle journée descritta nei quattro atti è rappresentazione della realtà, percorso verso la consapevolezza di un'evidenza che va oltre le convenzioni sociali, la dissimulazione attraverso l'inganno e il travestimento: subentra la disillusione, la messa in discussione di tutti quei valori che fino a quel momento sono sembrati indiscutibili.

Luogo di questa piccola, grande rivoluzione è il Castello del Conte di Almaviva, che per Peter J. Davison assume i connotati ariosi della magione feudale di fine Settecento, in corrispondenza con gli abiti della costumista di fama mondiale Sue Blane.

La scena si apre sulle alte pareti dai toni marrone-arancio sfumato della camera di Figaro e Susanna: due porte sul fondo, una ampia (da cui vanno e vengono i vari personaggi), e una di servizio; una vetrata sul lato destro lascia entrare una calda luce mattutina; un letto da montare, una scala, vestiti su manichini e un tavolo con panni da stirare definiscono il semplice ma prezioso ambiente, ancora in fase di allestimento. Impostata in modo analogo è la stanza della Contessa Rosina, arredata con un letto a baldacchino, un paravento e una toilette. L'ambientazione si sposta poi in un grande salone con vetrate sullo sfondo, da cui filtra una luce crepuscolare, e nel giardino scandito da colonne, propizie al celarsi dei personaggi con l'avvento della notte.

Con ritmo scenico disinvolto e incalzante, gli interpreti si avvicendano sul palco senza dare un attimo di tregua, convincenti sia nelle parti di assolo sia nella coralità, elemento fondamentale per quest'opera. La voce corposa e limpida di Vito Priante, pulito nei vari passaggi tonali, restituisce un Figaro giovane e brillante, impulsivo quanto scaltro, intento a misurarsi con un ingegno che, se da un lato lo rende vincente, dall'altro gli impedisce di vedere la realtà per come essa si presenta.

In totale armonia con il baritono è l'espressività corporea del soprano Auxiliadora Toledano, timbro interessante per una Susanna intelligente e vitale. Molto buona anche la performance del baritono Pietro Spagnoli, nel ruolo del Conte d'Almaviva, e del soprano Serena Farnocchia, voce melodiosa per Rosina. Particolarmente centrata è l'interpretazione di Ruxandra Barac nei panni di Cherubino, l'unico personaggio che, pur non fingendo mai, diviene emblema della maschera e del travestimento suo malgrado: questa figura di adolescente tanto appassionato quanto delicato, totalmente incurante di convenzioni e dissimulazioni, smaschera la vita attraverso la scena.
Il mezzosoprano offre una performance canora buona, soprattutto grazie a una vocalità "ambigua", purtroppo in parte invalidata dall'esecuzione fuori tempo dell'aria Non so più cosa son, cosa faccio.

Completano il cast Laura Cherici (Marcellina), Umberto Chiummo (Bartolo), Gianluca Floris (Basilio), Antonio Feltracco (Don Curzio), Paola Leggeri (Barbarina), Giuseppe di Paola (Antonio), Sara Rausa e Nadia Sturlese (due contadine).

Tutti gli interpreti si esprimono con gesti caricati che in parte contrastano con la necessità di realismo insita in quest'opera, più vicini alla farsa che alla commedia per musica; nella lettura di Miller le pulsioni sessuali dei vari personaggi sono espresse attraverso una prorompente fisicità, che li pone in una continua interazione lontana da qualsiasi possibile fraintendimento. Ariosa la direzione di Arild Remmereit, sul podio dell'Orchestra del Maggio; si riscontra qualche difficoltà nel disciplinare il tempo dei cantanti sul palco, specialmente nei momenti di assolo.

Lo spettacolo procede con il giusto ritmo, evidenziando la genialità compositiva e la modernità di Mozart che, grazie a questo fortunato soggetto di De Beaumarchais e, più in generale, alla trilogia dapontiana, cambiò per sempre il destino dell'opera lirica.

 
 
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