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Intervista al tenore Marcello Giordani

Redazione Liricamente, 12/08/2011

In breve:
Per i lettori di Liricamente il tenore Marcello Giordani ha rilasciato una simpatica intervista raccontando la sua esperienza e i progetti per il futuro... ma basta con le anticipazioni e non perdetevi le sorprese di questa lettura!!!


All'apice della sua carriera Marcello Giordani ha deciso di "investire" tempo e risorse a beneficio della lirica e dei giovani cantanti creando una Fondazione che organizza Concorsi, Audizioni e Masterclass finalizzate a diffondere la cultura dell'opera e a premiare la professionalità dei giovani artisti che con umiltà e spirito di sacrificio desiderano migliorare la propria arte.
Per i lettori di Liricamente ha rilasciato una simpatica intervista raccontando la sua esperienza e i progetti per il futuro... ma basta con le anticipazioni e non perdetevi le sorprese di questa lettura!!!

Marcello Giordani - tenore1) Come ha iniziato lo studio del canto lirico?
Cominciai a studiare nel 1983. Poi, esattamente venticinque anni fa, nel 1986 debuttai. Il tutto, quasi come una scommessa tanto che, al mio paese, Augusta in Sicilia, erano in pochi a credere che ce l'avrei fatta. Molti mi prendevano per un folle che viveva di chimere e di sogni di gloria, altri mi deridevano esortandomi ad “andare a lavorare”. Quando poi debuttai a Spoleto nel Rigoletto e quando iniziai a cantare “sul serio”, tutte le prefiche, i corvi, e tutti quelli che non avrebbero mai scommesso su di me, diventarono immediatamente i mentori della mia carriera e cominciarono a capire che non stavo giocando.
A venticinque anni di distanza dall'inizio della mia carriera, quando ci rivediamo, sorridiamo insieme ricordando quei momenti.

2) Con chi ha studiato? Quando si è sentito padrone della sua tecnica?
Ho cominciato a studiare canto a Catania con il soprano Maria Gentile, già maestra di Salvatore Fisichella. A lei devo grandi insegnamenti di vita che mi hanno aiutato ad affrontare meglio questo mestiere. Mi ha insegnato soprattutto quanto sia importante essere umile e quanto serio debba essere lo studio: approfondimento, umiltà e un pizzico di temerarietà. Dopo tre anni di sereni studi a Catania, mi trasferii a Milano con la speranza di trovare L'ELDORADO della tecnica. Vorrei soprassedere su quegli anni e concentrarmi sui successivi, dal 1994 ad oggi: anni di intenso e serio lavoro tecnico-interpretativo con il mio attuale maestro, Bill Schumann, sempre alla ricerca della “perfezione”. Per rispondere alla sua domanda: credo che forse oggi, a 48 anni, posso dire di conoscere bene la mia voce, di saperla plasmare e gestire. Nel tempo, siamo diventati veramente “amici”. Con ciò intendo dire che ho smesso di avere patemi d'animo per il timore magari di poter perdere la voce. Se ti senti bene con te stesso, se hai raggiunto una maturità non solo artistica, ma umana, se ti senti realizzato e, soprattutto, se hai messo al centro della tua vita la lista delle reali priorità, allora puoi veramente sentirti appagato e sereno per affrontare questo lavoro al meglio.

3) Quando ha debuttato?
Nel 1986 vinsi il Concorso di canto di Spoleto, e quello stesso anno ci fu il debutto professionale come Duca di Mantova in Rigoletto al Festival di Spoleto. Il debutto negli Stati Uniti invece è stato nel ruolo di Nadir per Les P├¬cheurs de Perles alla Portland Opera durante la stagione 1988-89. Hanno fatto seguito debutti al Teatro alla Scala di Milano come Rodolfo ne La Bohème nel 1988, e al Metropolitan Opera di New York come Nemorino nell'Elisir d'Amore nel 1993.

4) Sono stati più importanti gli insegnanti di canto o gli agenti lirici?
Entrambi. L'importante è affidarsi alle persone giuste. Ho conosciuto il mio primo agente a Spoleto, Gianni Lupetin, e qualche anno dopo, in una prova di Butterfly a Fano, un agente americano, Matthew Laifer, che mi ha fatto fare la gavetta vera nei teatri americani per più di dieci anni. Oggi ho un solo agente italiano, Virginio Fedeli, che oltre ad essere un grande manager è, soprattutto, un amico e un “essere umano” con il quale poter parlare e confrontarsi in modo costruttivo. Qualità rara oggi in teatro.

5) Per la sua esperienza è meglio cantare in Italia o all'estero?
Le posso dire che la mia esperienza americana è stata assai formativa dal lato psicologico. Anche oggi trovo un pubblico assai più partecipe, con questo non voglio dire più sprovveduto. L'applauso sfrenato, l'attesa dei fans nel backstage, le lettere che si ricevono, appagano e ripagano l'artista degli sforzi sul palcoscenico. In Italia, ahimè, questo succede ormai assai raramente.

Marcello Giordani - tenore6) Quali sono le caratteristiche del teatro d'opera dei giorni nostri?
A livello generale la situazione globale non è rosea però all'estero, a differenza del nostro paese, pur soffrendo della crisi economica, gli spettacoli sono sempre di alta qualità. In Italia la crisi ha forse colpito più che negli altri paesi, poiché vedo con grande tristezza, quanto marginale è diventato il Teatro e il mondo culturale in genere.
Bisognerebbe fare più formazione nelle scuole, avvicinare i giovani a questo mondo e farli appassionare: non dimentichiamoci che l'opera ha radici profonde e lontane nella nostra cultura e andrebbe valorizzata, protetta e fatta conoscere di più alle nuove generazioni. Dopotutto, l'abbiamo inventata noi italiani!

7) Dalle testimonianze di artisti del passato ci viene detto che oggi non si tiene più conto della tradizione e che il teatro d'opera non è più come una volta, per questo il grande pubblico diserta i teatri perché non si emoziona più come prima. Lei cosa ne pensa? È d'accordo?
Il pubblico da sempre va a Teatro per provare emozioni, vuole sognare e immergersi completamente nell'atmosfera delle opere. Ama le voci, ama i cantanti, i direttori e i compositori, tanto da aver creato nel tempo i propri miti e beniamini, ma non ama così tanto chi, per il semplice fatto di dover fare notizia, sconvolge i drammi, creando a volte produzioni irriconoscibili. Oggi nei cartelloni si parla dell'ennesima “Traviata di” e non della Traviata di Verdi!
Cosa s'intende per tradizione? Bisogna capire veramente cosa si vuole: se per annullare la “tradizione” si intende sconvolgere la tematica, la storia, l'idea drammatico-musicale dell'opera solo per “fare notizia” nel bene o nel male, allora dico no. Non sono d'accordo.
Se, al contrario, intendiamo creare qualcosa di innovativo per valorizzare lo spettacolo, facendolo diventare “valore aggiunto” allora ben vengano le cosiddette regie alternative, purché nel rispetto e in nome del Teatro.
Il fatto che il pubblico non va quasi più a Teatro non è dato solo da questo, ma dal fatto che l'artista è diventato quasi superfluo.
Le conferenze stampa, quelle sì invece sono veramente deserte, sono diventate “accademie per i registi“ (non tutti per fortuna!), che da buoni imbonitori speculano su cosa veramente avrebbe voluto Verdi, Puccini o Rossini, magari non sapendo nulla di opera lirica. I cantanti sono diventati meri esecutori di note, troppo spesso senza più emozionarsi e far emozionare. Poiché “le nostre lagrime son false” (sic!) trovo questo ruolo poco generoso per noi artisti: se io per primo non provo un'emozione come posso pretendere che la provi il pubblico?

8) Cosa manca alla lirica di oggi?
Tante cose. Ma quella più eclatante è la spontaneità. Nel modo di cantare, nel modo di interpretare, nel modo di andare a Teatro. Quella spontaneità che faceva ridere e piangere il pubblico. Spontaneità di emozioni, di sensazioni.

9) Un anno fa ha creato una Fondazione in America per aiutare i giovani e quest'anno un Concorso Internazionale sebbene all'apice della propria carriera, perché?
Marcello Giordani - tenore con le vincitrici del Primo Concorso Marcello GiordaniGià, di solito i Concorsi vengono dedicati a cantanti del passato per onorarne la memoria, non parliamo delle Fondazioni.
Io ho voluto dare un segnale concreto nel mondo dell'opera lirica anche per dare un ulteriore significato a questi primi 25 anni di carriera. I giovani, al giorno d'oggi, fanno sempre più fatica, il mercato è diventato troppo competitivo e soprattutto non si hanno molte occasioni per farsi notare sul serio. Purtroppo so molto bene quanta fatica si debba fare all'inizio.
Promisi a mio padre che mi sarei sempre ricordato delle mie origini e dei tanti sacrifici che ho dovuto sostenere per intraprendere questo mestiere e che, se avessi avuto la possibilità, avrei aiutato i giovani, che considero il nostro futuro. E' proprio in questo momento della mia vita, all'apice della mia carriera, che sentivo importante creare qualcosa di significativo per sentirmi realizzato come artista e come uomo.
La Fondazione è nata per mia volontà e di mia moglie Wilma, che da sempre mi è vicina e condivide con me tutte le decisioni importanti della mia vita, credendo negli stessi valori e negli stessi ideali. E' anche grazie a lei se ho lo stimolo e il coraggio di andare magari controcorrente, mettendomi al servizio degli altri, anche con il rischio di ricevere molte critiche.
Anche il Concorso l'ho voluto con tutte le mie forze. L'ho fortemente desiderato in Sicilia come prima edizione perché è la mia terra e, artisticamente, sono molto affezionato al Teatro Bellini di Catania. Ho cercato di offrire qualcosa di nuovo, a partire dall'abolizione della tassa di iscrizione che a volte grava troppo sulle tasche dei giovani. Se bisogna andare incontro a qualcuno in modo disinteressato, non si devono fare speculazioni. In più, ho voluto una giuria solo di direttori artistici e agenti che, in amicizia, hanno scelto di farsi coinvolgere in questo progetto.
Vedere 150 ragazzi provenienti da tutto il mondo arrivare a Catania per il Concorso è stato davvero incredibile. Alcuni di loro hanno avuto opportunità lavorative da più Teatri e non solo i vincitori: di questo sono molto orgoglioso. Con alcuni dei ragazzi poi, abbiamo già fatto insieme dei concerti a Catania e ad Augusta, il prossimo sarà a New York il 31 ottobre per il Gala annuale della Fondazione, durante il quale quest'anno daremo il premio alla carriera alla grande Renata Scotto. Sono doppiamente emozionato.

10) Progetti futuri con i giovani?
A settembre, sempre in collaborazione con il Teatro Bellini, farò una masterclass e un ciclo di lezioni provate: mi piace lavorare con i giovani e lo trovo molto formativo anche per me stesso.
Gli impegni lavorativi sono tanti ma voglio riuscire a conciliare la mia carriera con la didattica continuando ad aiutare i giovani: volere è potere!
Dall'anno prossimo il Concorso sarà sia in Italia che in America, per dare la possibilità a più ragazzi di esibirsi davanti ad una giuria internazionale e con la possibilità di debuttare per un titolo messo a Concorso: per me una competizione internazionale deve essere un po' come un'audizione importante con direttori artistici e agenti in grado di farti poi lavorare, non la vincita di una somma di denaro, che può far tanto comodo, ma fine a sé stessa.

11) Cosa insegna ai suoi allievi? E quali sono le caratteristiche che deve avere un cantante che vuole fare carriera oggi?
Che vale di più un atteggiamento mantenuto con la tolleranza e la perseveranza, che cento successi ottenuti con l'arroganza.
Cosa voglio dire con questo? Mi piacerebbe che i giovani avessero contezza di ciò che li ha sfiorati nella vita. Tenere ben presente che il talento ricevuto deve essere ben conservato, curato, con grande parsimonia e con tanta umiltà. La pazienza, la cura del proprio strumento e, soprattutto, quando se ne è consapevoli, cercare di affrancarsi dai falsi amici, dai “grandi, ottimi, saccenti consiglieri”, quelli che credono di saperne sempre di più. Bisogna avere la fortuna di potersi circondare di amici che ti dicano sempre la verità, anche quando hai fatto male. Sono loro le tue orecchie.
L'esaltazione, il complimento esagerato, la comparazione con altri grandi artisti del passato e/o “l'adulazione” sono il cancro per la carriera di un giovane. La mia fortuna è stata quella di avere sempre avuto accanto persone oneste, sincere che mi hanno fatto stare con i piedi per terra, a cominciare dalla mia famiglia.
Tutto il resto viene dopo, ma senza questi presupposti è bene non avventurarsi. Una carriera che duri nel tempo richiede umiltà, sacrificio e spirito di autocritica, anche se a volte è difficile.

12) Quali sono i limiti per un cantante che oggi vuole fare carriera?
Diciamo che molti non se ne pongono. Hanno questa frenesia di debuttare e diventare star, se possibile, in una notte. Ci sono molti ragazzi invece che, con grande spirito di sacrificio, riconoscendo i propri limiti, riescono a spuntarla. Una piccola parte, e mi auguro si assottigli sempre più con il tempo invece, pensa solo al guadagno immediato, tenendo tutto nella mediocrità assoluta e sprecando in pochi anni il dono ricevuto gratuitamente da Dio, compiendo un delitto per non aver saputo utilizzare il talento donatogli.

13) Ci racconti un aneddoto simpatico e divertente della sua carriera
Credo sia stato alla Scala alcuni anni fa. Turandot, atto IIº: Calaf deve indovinare i tre enigmi. Ebbene, ho scambiato le risposte! Sangue come prima, e speranza come seconda risposta. Attimo di panico ma il Coro, più sveglio di me, per salvarmi risponde: SPER-ANGUE o qualcosa del genere. E' stato un momento di grande imbarazzo, ma decisamente assai divertente.

14) Prossimi impegni?
A settembre Faust ad Amburgo, Tosca a Berlino. Trovatore a Salerno e Palermo, oltre che Carmen, per poi tornare al Met con Butterfly e a Chicago con Aida. Poi, di nuovo la mia amata Cavalleria Rusticana a Parigi la prossima primavera e ancora Tosca a Vienna.

15) Qual è il palcoscenico che l'ha emozionata di più?
Tutti, anche il meno importante. Quando calpesto il magico legno mi emozione sempre e la magia inizia.

16) Qual è il peggior difetto di Marcello Giordani?
Forse prendermi troppo sul serio, con il rischio di essere troppo critico con me stesso e accentratore.

17) E il suo miglior pregio?
Fidarmi SEMPRE dell'Uomo oltre alla mia pazza generosità. Chissà, forse sono da considerare difetti?

 
 
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