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Recensione del Galà Verdiano presso il Teatro Regio di Parma

William Fratti, 17/10/2012

In breve:
Delude anche questo evento se non per le interpretazioni magistrali di Michele Pertusi e Leo Nucci, Inva Mula sotto le aspettative e Piero Pretti poco generoso col pubblico parmigiano


Quella che doveva essere la serata più importante del Festival Verdi 2012 si è rivelata l'ennesima caduta di stile di questa sofferta edizione. Ciò che è stato intitolato Gala verdiano, si è fatto con una sinfonia, sei arie e un finale d'atto. Poco più di un'ora di musica.

Ad aprire la serata è il maestro Ivan RepuÅ¡ić che, alla guida dell'Orchestra Sinfonica di Milano Giuseppe Verdi, si cimenta con eleganza e splendore nell'esecuzione dell'ouverture di Nabucco, cesellandola di cromatismi e dirigendo gli strumentisti in una lettura accurata e precisa. Anche l'interpretazione musicale delle arie è particolarmente interessante, soprattutto in Les Vêpres siciliennes e toccante ne La traviata.

Inva Mula, assente dal palcoscenico parmigiano dal Faust del 2006, sembra presentarsi in perfetta forma con “Merci, jeunes amies”, ma con la successiva “Addio del passato” – di cui esegue solo la prima strofa – non va oltre la mediocrità: non ci sono i suoi celebri filati naturali, mancano i pianissimi eseguiti in punta, e tra il resto fanno capolino alcune note calanti.

Piero Pretti, reduce dal successo delle prime recite di Rigoletto, inizia la sua performance con un'ottima resa di “Quando le sere al placido”, mancando solo di un po' d'accento poetico, ma chi si aspettava anche la cabaletta, è rimasto profondamente deluso. La seconda aria a lui affidata è “Ah, sì ben mio” dove purtroppo manca di colore e soprattutto di spessore: la tessitura è troppo pesante e il registro centrale si svuota. “Di quella pira” – eseguita senza da capo – è nella norma. Lo accompagna la poco significativa Leonora di Alisa Zinovjeva; bene il Ruiz di Seung Hwa Paek.

Il vero signore della serata è Michele Pertusi, che con la professionalità che da sempre lo contraddistingue, non si limita alla pochezza dei colleghi, ma porta due lunghe arie, entrambe con cabaletta, di cui esegue anche il da capo. La prima è “Palerme... ô mon pays... Et toi, Palerme… Dans l'ombre et le silence” in cui, pur non godendo del timbro naturalmente scuro tradizionalmente affidato al personaggio di Procida, presenta un canto decisamente raffinato e un fraseggio altamente espressivo. La successiva “A te nell'ora infausta... Sciagurata! hai tu creduto... O speranza di vendetta” è un suo cavallo di battaglia e la resa è praticamente perfetta. Ma la classe dell'artista esce maggiormente nel duetto “Delle faci festanti”, in cui si può notare una certa mancanza di sicurezza, ma ciò che veramente colpisce è la qualità del canto, della tecnica e della capacità d'interpretazione della parola. Lo accompagna il bravo Pirro di Jong Hwang Tae.

Leo Nucci partecipa solamente all'esecuzione del finale di Simon Boccanegra e lo fa con la presenza scenica che sempre lo contraddistingue. “Gran Dio li benedici” è il momento più emozionante dello spettacolo.

Il numerosissimo pubblico intervenuto applaude oltre ogni limite e richiede un bis, concesso ben due volte, che sarebbe stato più adeguato a Capodanno: l'inflazionato brindisi de La traviata ritmato dal battimani degli spettatori. Molte persone, rosse in volto, si sono rifiutate. Sarebbe davvero interessante poter chiedere a Giuseppe Verdi il suo parere.

Buona la prova del Coro del Teatro Regio di Parma diretto da Martino Faggiani.

 

 
 
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