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Madama Butterfly a Salerno: Il difficile volo di una farfalla con le ali tarpate

Manlio Mirabile, 17/12/2012

In breve:
Per far vivere la tragedia di Madama Butterfly, occorrono interpreti pregni di una intensa vita interiore, meditata e raccolta. In tale regale figura, lidentificazione di Amarilli Nizza (Cio-cio-san) totale. La sua interpretazione tuttavia soverchiata da una regia che impone ai cantanti visioni improbabili, da una direzione dorchestra discontinua e per nulla illuminante, da una cast di interpreti che cantano ma non recitano. Il volo alto e solenne di Butterfly viene cos miseramente tarpato.


La straordinaria bellezza del libretto della tragedia di Madama Butterfly splende nella semplicità e linearità della sua trama. Non vi sono guerre, non vi sono rivalità e loschi intrecci, non vi sono ambizioni né lotte di potere, non vi sono insani desideri di vendetta, non vi sono travestimenti  o migrazioni di personaggi. Tutta l’opera incanta per il racconto delle passioni elementari di una fanciulla e della sua tragica evoluzione verso la maturità di donna e di madre. È appena una fanciulla quindicenne quando appare in scena, innamorata, avvezza a tenerezze sfioranti e pur profonde come il ciel, come l’onda del mare! ma ignara della natura avventuriera del suo promesso sposo. È una fanciulla devota agli dei giapponesi, ma per essersi convertita in segreto al Dio del suo promesso sposo, è rinnegata e maledetta dallo zio Bonzo: All’anima tua guasta, qual supplizio sovrasta! E’ una madre innamorata che attende suo marito, ma scopre il tradimento e l’inganno, affronta il dolore del disonore e quale forma estrema di devozione al loro bimbo, gli dona la vita ultimo e solo dono residuale, perché possa andar di là dal mare senza che gli rimorda ai dì maturi il materno abbandono. La storia, tutta la sublime storia di Butterfly, è qui, in questa semplice tragedia. Eppure la ricchezza melodica della musica di Puccini e la rara bellezza del libretto di Illica e Giacosa, trasfigurano una fragile fanciulla innamorata e primitiva in una figura femminile monumentale. Nella solitudine del dolore e dell’attesa, parlando il linguaggio delle passioni elementari quella fanciulla raggiunge la vertiginosa altezza di una eroina omerica, la quale pur attorniata dalla violenza sotterranea, subdola, annientatrice, dei suoi parenti, dei suoi aspiranti, del suo stesso sposo, irradia un senso di pacata accettazione del suo destino: l’essere povera, l’essere orfana, l’essere rinnegata. Io seguo il mio destino e piena di umiltà, al Dio del signor Pinkerton mi inchino. È mio destino. Appare tutto nuovo, eppure il tutto è la medesima donna primitiva immutabile nella sua naturale vocazione al donare amore allo sposo e vita al proprio bimbo, come ineludibile disegno del destino.

Per far vivere una tale tragedia in cui tutto è canto e mimica, occorrono interpreti pregni di una intensa vita interiore, meditata e  raccolta.

In tale regale figura, l’identificazione di Amarilli Nizza (Cio-cio-san) è totale. La consuetudine con il personaggio le consente di arricchirlo di rifiniture psicologiche, sì che gli stessi intimi moti dell’animo si colgono con una immediatezza che rifiuta ogni falsità teatrale e sono consegnati allo spettatore nella loro incontaminata verità. Alla recitazione studiata nei gesti, perfetta nella postura e nella espressione del volto e negli sguardi, corrispondono il dominio e la adesione alla parola scenica e un canto che è un pantheon di preziosità tecniche. In esso c’è spazio per il parlato, per il grido, per il legato strumentale, per il fraseggio, per l’eloquenza della pausa. Basta ripensare al suo Un bel dì vedremo bissato a furor di pubblico, per cogliere la purezza, l’agilità, la potenza espressiva che caratterizzano il suo strumento privilegiato. Incantevole il si bemolle di Io con sicura fede l’aspetto, le braccia distese in un abbraccio universale, il senso di un dolce, fidente abbandono alla grazia del Dio cui si è convertita. Autentica attrice nella simulazione delle voci e dei gesti del magistrato e del marito nella domanda dell’uno e nella risposta dell’altro sul perché dell’abbandono della moglie. Travolgente, dopo il colpo di cannone nel porto, nel credere che lui sia tornato a consacrar il trionfo del suo amore e della sua fede: la mia fé trionfa intera, ei torna e m’ama! Il finale rannicchiarsi a terra è di una raffinatezza psicologica sublime, il capo reclinato e quasi non più visibile accentua la drammaticità di un sonno presago di morte oltre la quale si intuisce la trasfigurazione della vita. Autentico momento di sublime recitazione, capace di evocare il medesimo dolce abbandono mortale della Santa Cecilia di Stefano Maderno.  Straordinario momento di commozione, giustamente sottolineato da uno scroscio di applausi.

A tanta grandezza, a tanta raggiunta maturità di interprete, non corrispondono né un cast periferico, né una direzione d’orchestra né una regia di pari livello.

Difficile condividere le scelte e le note di regia di Lorenzo Amato, a motivo della non corrispondenza del risultato con gli intenti. Dice Amato nel programma di sala: “Abbiamo lavorato per sottrazione scegliendo un allestimento simbolico, allusivo, di sobria eleganza, immaginando di costruire un luogo ideale che fosse capace di proiettare lo spettatore in una scena e che gli potesse consentire di vivere in maniera intima e personale il dramma dei personaggi”. La scena scarna e niente affatto elegante, ha estraniato il pubblico piuttosto che coinvolgerlo, perché le allusioni non potevano commuovere e non hanno commosso. Se il dramma è solo della protagonista, la ragione e l’origine dello stesso sono da ricercare non dentro di lei, ma fuori, nell’ambiente sordido dei sobborghi di Nagasaki, nella opacità del mondo degli Yamadori disseminati in quella trista terra, nella veemenza dei sentimenti di tutti, ai quali fa difetto soprattutto la pietà. Un mondo povero di valori, chiuso in consuetudini ataviche che lo rendono ancora più povero e dal quale la piccola Cio-cio-san cerca di rifuggire accettando di essere rinnegata e dileggiata. Questo mondo esterno dal quale una farfalla cerca di volare, la regia lo nega allo spettatore e lo sottrae alla stessa protagonista. La quale durante l’esecuzione dello stupendo Coro a Bocca Chiusa, è lasciata ferma, in ginocchio nello stile giapponese e con le spalle rivolte al pubblico, e dunque inespressiva, laddove tutta la capacità coinvolgente del coro sta nel permettere alla protagonista di vivere il proprio sogno nel silenzio del canto ma nella eloquenza dei gesti. Un duetto musica - recitazione drammatica che viene tarpato con la eliminazione dell’azione scenica dell’interprete e, fatto ancor più desolante, viene separato dal successivo bellissimo interludio che lo segue. Amato lascia intendere che l’affidare la scena a due danzatori e mimi  quando il sipario si rialza e viene eseguito l’interludio, è motivato dal voler “dar vita visivamente alla confusione di illusione e verità che si crea nella mente della protagonista”. Una lettura dalla quale fanno dissentire tutta la evoluzione psicologica della protagonista e la sequenza degli accadimenti. L’attesa con sicura fede di Butterfly non è illusione, non è percezione distorta di un moto dell’animo, è verità sofferta; l’arrivo della Abramo Lincoln non è illusione, è verità che le fa gridare con somma gioia il trionfo della sua fede e del suo amore. Il Coro a Bocca Chiusa e l’interludio successivo sono il modo con cui Butterfly vive intimamente l’attesa che si fa lunga ed estenuante, non una estraniazione nella illusione di un evento impossibile. 

Complice in tale manomissione indebita anche il M° Alberto Veronesi, il quale raggiunge forse nella accettazione della interruzione di tale stupendo intermezzo musicale il peggio della sua sonnecchiante direzione. Ma non è questo il solo momento. Decisamente infermo nella conduzione dell’orchestra durante il sogno di Butterfly Un bel dì vedremo. C’è da chiedersi quale senso abbia un’orchestra che pur chiamata ad eseguire la stessa melodia del canto della protagonista, se ne allontana progressivamente fin quasi ad abbandonarla nel momento più alto in cui elevandosi sopra la paura di Suzuki afferma la sua determinazione alla attesa con sicura fede? Analogamente latitante è apparsa tutta l’orchestra nel canto che segue l’arrivo nel porto della nave da guerra, nel momento in cui a Butterfly  dopo il rifiuto dell’idea stessa di tornare al triste mestiere di ghesha che porta al disonore, l’udire il cannone del porto appare consacrare il trionfo della sua fede e del suo amore. Decisamente più efficace e comunicativa la conduzione d’orchestra durante il duetto dei fiori, nell’esecuzione del Coro a Bocca Chiusa e nella magnificenza dell’aria finale con onor muore. Una direzione d’orchestra assai discontinua dunque e certamente lontana dalla capacità di illuminare con i colori dell’orchestra la stupenda evoluzione di una piccola fanciulla emersa come bocciolo dai sotterranei di un mondo sordido, la quale nell’amore per il suo sposo e nel senso di maternità incontaminato dalla sua giovane età raggiunge l’altezza incommensurabile di una delle più alte figure femminili dell’intera storia dell’opera lirica. Una altezza cui sola e da sola è riuscita a pervenire Amarilli Nizza, mentre assai distanti e in certa misura superflui sono rimasti gli altri interpreti.

La Suzuki di Natasha Verniol è apparsa molto contenuta, quasi pigra nella gestualità, come nella scena che precede la notte di nozze. Eppure la voce era bella, vivida di un colore pastoso ben adatto al personaggio, il cui disegno è tuttavia mancato. Discorso appena diverso per lo Sharpless di Carlo Striuli. Il cantante possiede uno strumento vocale non privo di valore, tecnicamente usato con accettabile fonazione. Ma la mancanza più rilevante è stata la non trasformazione del personaggio in individuo. Il ruolo di Sharpless è un ruolo difficilissimo pur nel modesto peso specifico che gli è assegnato. Sharpless è il compagno di sollazzi del fatuo Pinkerton , ma di lui è assai più sensibile. Solo all’udire Butterfly e senza vederla, intuisce infatti che Sarebbe gran peccato le lievi ali strappar e desolar forse un credulo cuor.  Nell’atto II, in tutta la scena della lettera, Sharpless deve provare non poche capacità di introspezione psicologica, arti di persuasione e attitudini all’autogoverno delle sue paure e commozioni. Con circospezione deve preparare Butterfly al non ritorno di Pinkerton e suggerirle di accogliere altre promesse di matrimonio. Il colloquio è denso di annunci dolorosi, di scoperte e reazioni inattese, di propositi di morte. In tanta ricchezza di melodie e sfuggenti momenti psicologici l’interprete di Sharpless deve sopratutto recitare, cantando con modulazioni della voce, con emissioni quasi sotterranee per dare verità ai suoi sentimenti di commozione e paura. Lui è l’unico testimone dell’immenso dolore espresso da Butterfly nella prospettiva di tornare a tendere la mano tremante a invocare pietà. È lui che si impegna di comunicare a Pinkerton di essere padre di un bimbo. È lui che da messaggero del non ritorno di Pinkerton si trasforma in messaggero della sua paternità.

Personalità complessa e assai debole, che resta confinata ai margini di un racconto denso di pietà se non illuminata da una interpretazione adeguata. Illuminazione che è mancata. Inadeguata è stata anche la interpretazione di Piero Giuliacci (Pinkerton). Pinkerton è un personaggio che eccelle per la sua ostentata fatuità nel descriversi: la vita ei non appaga se non fa suo tesor i fiori d’ogni plaga, nella irrisione del corteo dei parenti di Butterfly, ma sa cogliere con trasporto sincero e delicata dolcezza la paura, la stolta paura della piccola Butterfly nella notte delle nozze e sa accompagnarla nell’estasi della contemplazione del firmamento pieno di stelle. Giuliacci ha cantato con generosità e impegno. Ma il suo Pinkerton non trasmette né avversioni né compatimenti, così inavvertibili essendo la sua fatuità come la impaziente sensualità della fine dell’atto I. Tutta la ricchezza melodica che la partitura gli assegna pare dissolversi in un forma rituale di canto senza l’intima immedesimazione dell’artista con la psicologia del soggetto.

Angelo Nardinocchi (Il principe Yamadori), Luigi Palmiero (lo zio Bonzo) e Francesco Pittari (Goro), consapevoli che il loro ruolo è più nell’azione che nel canto, caratterizzandosi attraverso essi tutto il mondo familiare e culturale da cui proviene Butterfly, si sono distinti più nell’interpretazione scenica che nel canto. Non da ultimo il coro diretto dal Maestro Luigi Petrozziello. La funzione del coro in Madama Butterfly è assai lontana dagli empiti eroici, dalle invocazioni patriottiche, dalla superiore attesa di un mondo purificato, ma è soltanto uno degli elementi descrittivi del mondo spirituale da cui proviene Butterfly. Tutta la parte dominante del coro nell’atto I è dedicato alle disquisizioni da cortile se Pinkerton è bello o brutto, se il matrimonio finirà col divorzio oppure no. Temi pettegoli che non richiedono particolari impegni né di canto né di recitazione. Se poi si sottrae al coro tutta la solenne meditazione del Coro a Bocca Chiusa affidata agli strumenti orchestrali, allora il ruolo e l’importanza del coro diventano assai marginali. Tuttavia va riconosciuto come il canto delle amiche nell’entrata di Butterfly, trasmetteva una compostezza serena di un addio da parte di spiriti generosi e sapienti: Gioia a te,dolce amica, ma prima di varcar la soglia volgiti e guarda le cose che ti son care!.

Con tale regia, tale direzione d’orchestra e tale cast era difficile rappresentare una Madama Butterfly superlativa. Se un naufragio non v’è stato il merito è stato di Amarilli Nizza celebrata Butterfly sui teatri del mondo, cui tuttavia sono state tarpate le ali in ossequio a una visione registica invadente e irrispettosa. Forse i registi dovrebbero avere maggiore umiltà nei confronti degli artisti e assecondarli piuttosto che tarparli. Così facendo ne trarrebbero beneficio essi stessi. Ma questo a Salerno non è successo.        

   

 

 
 
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