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RECENSIONE DELL'OPERA “ DIE WALKÜRE ” DI RICHARD WAGNER DAL TEATRO MASSIMO DI PALERMO

Gigi Scalici, 01/03/2013

In breve:
Palermo, 24 febbraio 2013 – Prosegue la programmata tetralogia wagneriana con Die Walküre, prima giornata della sagra scenica, secondo capolavoro e tassello basilare de Der Ring des Nibelungen del maturo compositore tedesco. Nuovo allestimento di Graham Vick - scene e costumi di Richard Hudson.Concertazione e Direzione d'orchestra di Pietari Inkinen.


 

L’architettura registica, in linea con Das Rheingold e che sicuramente sarà simile nelle altre due giornate, in questa edizione prevede però qualche quinta ed un minimo di arredi per i primi due atti, l’intero palcoscenico spoglio nel terzo (soltanto uno sfondo di papaveri per le prime scene) ed una vasta area circolare mobile. Nel primo, da una parte il robusto frassino del mondo ed una franata rocciosa, dall’altra la dimora di Hunding con qualche arredo moderno. Nel secondo atto, sempre la franata ed alcuni spezzoni di tronchi di frassino, ed accanto una vetusta roulotte, rifugio di Wotan padre degli dei, circondata da rifiuti.

L’impatto con il primo atto dell’opera è atipico: nel corso dei primi righi del preludio strumentale si apre d’impeto la porta della dimora di Hunding, entra un gruppo di eleganti invitati al matrimonio di Sieglinde in attuale abito da sposa che viene legata su una sedia posta sul tavolo, con uno schiamazzo che disturba l’intera strumentazione e come se non bastasse, un pezzo della fune che l’avvolge viene ripetutamente e molto rumorosamente battuto sul tavolo con evidente disarmonia con la musica. Non per entrare nel merito della questione conflittuale con le messe in scena tradizionali, ma disturbare anche la partitura sembra eccessivo: distolti da questo è venuto anche meno l’effetto del temporale. Ricordo bene un Rigoletto di qualche anno fa dello stesso regista, in cui “Cortigiani vil razza dannata” era accompagnata dai colpi di frusta dei cortigiani battuti sul pavimento che hanno ovviamente disturbato la famosa aria del buffone.

La scena suddetta nella Valchiria  riguarda l’antefatto - il rapimento ed il matrimonio forzato di Sieglinde con Hunding  al termine del quale Wotan  sotto spoglie di uno straniero conficca sul tronco del “frassino del mondo” Notung, la spada figlia della necessità, del bisogno - narrato successivamente a Sieglinde da Siegmund, suo fratello gemello che cercò invano di liberarla ed adesso casualmente la incontra presso la sua dimora.

Poco alla volta, abituandosi a queste straordinarie innovazioni registiche - cui fanno seguito altre particolarità  come ad esempio, la presenza di alcune coppiette in sala (rappresentanti la primavera) che si scambiano effusioni amorose e le simulazioni di azioni di violenza e di sevizie - si entra nel vivo dell’opera grazie alla straordinaria musica di Wagner, assuefacendosi alla nuova realtà rappresentativa.

Sin dall’esordio si distingue particolarmente la lituana Ausrine Stundyte da qualche anno sulle scene internazionali. La sua Sieglinde è assolutamente credibile. Di bella voce dalla sicura impostazione di soprano lirico/lirico spinto, oltre che di bella presenza, la giovane artista è ottima interprete compassionevole e struggente nel tema dell’amore con Siegmund con cui si accoppia incestuosamente pur nella consapevolezza che si tratti del suo ritrovato fratello gemello, da cui nascerà il perfetto Sigfrido.

Per quanto riguarda invece John Treleaven (in sostituzione sin dalla prima del titolare Simon'O Neill che avrebbe avuto dissidi con l’orchestra durante le prove), nonostante la lunga esperienza nei ruoli wagneriani ed in particolare in Siegmund, pur apprezzandone la buona sicurezza scenica e la versatilità nell’adattarsi all’innovativa regia, oltre all’ottimo timbro tenorile di lirico spinto con sfumature baritonali, sono state notate talune difficoltà verso il registro acuto e sulla tenuta delle note. All’altezza comunque nel primo motivo della lancia e nel tema dell’amore con Sieglinde

Complessivamente equilibrato invece il basso Alexey Tanovitski (ottimo Boris Godunov dell’ultima edizione del Massimo), con voce e  fisico imponenti e perfettamente allineati alla modernità del rude e cattivo Hunding, che batte la catena sul tavolo per meglio imporsi. 

Nel turno domenicale cui si riferisce l’articolo, poco prima del secondo atto viene annunciata al microfono la sostituzione del soprano Lise Lindstrom con la collega Carolyne Whisnant giunta da Francoforte ad opera iniziata, a causa di una indisposizione della titolare del ruolo di Brünnhilde, ma soltanto per la parte vocale, poiché la signora Lindstrom avrebbe assicurato ugualmente la parte scenica. L’intero ciclo come detto per Die Rheingold non prevede un doppio cast.

Ciò nonostante e con le ovvie limitazioni dell’emergente circostanza lo spettacolo prosegue ugualmente grazie alla sicurezza ed all’esperienza della signora Whisnant che posta in prossimità del proscenio al limite del palco, aiutata dallo spartito risolve bene la parte con un’ottima tessitura di soprano drammatico e con voce sicura ed imponente, ottenendo al termine dello spettacolo fragorosi consensi.

Lise Lindstrom quindi nonostante l’indisposizione, simulando il canto, è  una Brünnhilde assolutamente valida, in tenuta pop al passo coi tempi (con coda di cavallo che fuoriesce dal pantalone), molto sportiva, dinamica tenace ed irruenta, muovendosi a proprio agio tra la roulotte ed i tronchi di frassino, a volte sulla spalla di un uomo-cavallo munito di sedia adoperata dallo stesso per riposarsi. Riesce quindi nei colloqui con il padre Wotan  che le ordina di separare i due fratelli incestuosi, a rappresentare la ribellione alle regole e l’esaltazione dell’amore, cui sarebbe destinata questa prima giornata, contrariamente a L’Oro del Reno in cui invece vi si rinuncia per il denaro ed il potere. 

Credibile, anche se talvolta un po’ vocalmente affaticato, anche il basso baritono Franz Hawlata nelle vesti di Wotan  padre delle nove valchirie, munito della lancia di frassino, simbolo fallico di potere, che come nel prologo manifesta chiaramente un’alternanza tra autorevolezza, inquietudine e spossatezza soprattutto quando si ubriaca presso la roulotte, rifugio nella selva. E’ costretto a subire gli ordini della moglie Fricka - Anna Maria Chiuri mezzosoprano, che condanna con fermezza e rigore l’avvenuto incesto, altrettanto valida interprete pur limitatamente alla piccola parte assegnatale. 

L’inizio del terzo atto con il tema della cavalcata delle valchirie – sin troppo famoso ed utilizzato nel passato a scopo politico – atta ad evocare l’ingresso impetuoso delle vergini amazzoni, fa sempre effetto per l’imponenza, per il ritmo e per la vivacità dei colori. Le otto valchirie  sono pertanto rappresentate da naziste in divisa ed in abiti civili, entrano gradatamente in scena accompagnate dai loro destrieri-uomini che soggiogati esercitano il loro potere con sevizie e stupri. 

Ottime le signore soprano, mezzosoprano e contralto vocalmente ben armonizzate nelle intensità e nei colori: Gerhilde -Brigitte Wohlfarth, Ortlinde -Julia Borchert, Waltraute-Nadia Palacios, Schwertleite -Annette Jahns, Helmwige-Nancy Weissbach, Siegrune-Kremena Dilcheva, Grimgerde-Eva Vogel, Roßweiße-Manuela Bress.

Buona la conclusione con il colloquio tra Wotan  e Brünnhilde  che riesce a convincerlo una volta perduti i poteri soprannaturali di essere almeno protetta da un cerchio di fuoco.

Ottima e molto caratteristica l’invenzione registica nel raffigurare il cerchio di fuoco da numerosi Loge in abito rosso (come nel prologo) seduti lungo la circonferenza del settore circolare in movimento, con al centro Brünnhilde  posta da Wotan ed addormentata all’interno di un sacco nero.

L’orchestra del Massimo completa - ma non proprio come dovrebbe, sicuramente per motivi di spazio, ad esempio con quattro arpe e non sei, con quattro timpani e non otto secondo quanto previsto per l’organico strumentale, ma sufficiente soprattutto per tutti gli archi che occupano gran parte della zona centrale - secondo quanto riferito da alcuni spettatori della prima, in questa rappresentazione è stata molto più precisa sotto l’attenta e scrupolosa direzione del noto direttore Pietari Inkinen, nonostante qualche momento di monotonia.

Sin dall’inizio infatti a parte i disturbi causati dai rumori su descritti e la confusione creata durante l’esecuzione dai numerosi figuranti che si rincorrevano per tutta la larghezza del palcoscenico, l’esecuzione è stata molto scorrevole, prevalentemente sinfonica anche nei recitativi ariosi e nelle melodie ed ha evidenziato l’ottima concertazione preliminarmente curata dal Maestro finlandese, che è riuscito a mantenere un ottimo equilibrio tra strumenti e cantanti ed in cui sono stati ben evidenziati i leitmotiv legati ai sentimenti dei personaggi ed ai numerosi oggetti simbolici . 

La soddisfazione generale del teatro pieno (alla prima solo a metà), dopo quasi cinque ore, è stata positiva con vigorose acclamazioni per tutti gli artisti e per la direzione d’orchestra, indipendentemente dalle solite separazioni di pubblico tra il classico ed il moderno. Indubbiamente e con talune riserve a parte, uno spettacolo che si può tuttavia apprezzare per la lettura assolutamente attuale. 

Vedremo a fine anno per le ultime due giornate con Siegfried  e Götterdämmerung.  

 

 

 

 
 
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