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Recensione Rigoletto di Giuseppe Verdi al Maggio Musicale Fiorentino

Maria Cristina Chiaffoni, 04/03/2021

In breve:
Firenze, il 23 febbraio 2021 - Recensione dell'opera lirica Rigoletto di Giuseppe Verdi in scena al Maggio Musicale Fiorentino


Potrei intitolare questo Rigoletto, visto in presenza al sempre magnifico teatro del Maggio Fiorentino martedi 23 febbraio e trasmesso in marzo in streaming, la solitudine del male.

Il buffone protagonista, nella lettura graffiante ed incisiva del regista Davide Livermore, risulta spaventosamente solo nella sua deformità che non è fisica, ma morale.

E' immerso in un ambiente laido, soffocante e decisamente malvagio, dove ogni essere umano è calpestato ed offeso in nome di una legge immorale e perversa che vede il Duca come suo massimo esponente. E si intuisce che per sopravvivere in questo mondo e per avere il suo posto in esso il nostro protagonista deve essere per forza cattivo e protervo.

Uno spettacolo potente, da pugno nello stomaco, ma di una grandiosa forza espressiva e visiva, che prende a poco a poco lo spettatore, dapprima un po' sconcertato, ma poi affascinato e commosso. In questo mondo sporco e desolato, direi disumano, Gilda risalta nella sua dolcezza ed umanità dolente di fanciulla che vive con forza i suoi primi sentimenti di amore.

La lettura musicale del direttore d'orchestra Riccardo Frizza è una delle più commoventi ed insieme rispettose della partitura verdiana che io abbia mai ascoltato. Il maestro bresciano elimina ogni tradizione ed ogni acuto e sovracuto che il pubblico ormai aspetta e conduce l'ascoltatore in una dimensione umanissima dei personaggi con un attento studio del fraseggio e dei colori vocali e strumentali. Nessuna nota e frase vengono lasciate al caso, ogni parola pare scolpita nella pietra e vengono scoperti nuovi accenti ed emozioni in ogni momento dell'opera.

Lo asseconda con una grande performance il baritono Luca Salsi, che tratteggia un Rigoletto indimenticabile, gigante nella sua doppia personalità di malvagio servitore del potere bieco e padre amoroso. Basta per descrivere l'emozione provata, il “Pari siamo” sussurato, sofferto, scolpito in ogni sillaba come deve essere in realtà: un soliloquio di un uomo in una strada buia di notte che si trova in meditazione sullo squallore della sua vita.
La voce del cantante parmigiano, duttile, morbidissima ed altamente espressiva, trova mille sonorità e colori infiniti con intelligenza musicale non comune. A tratti risulta in qualche attacco un po' appesantita, ma questo non disturba l'ottimo risultato finale.

La bella figura, dolcissima e la voce soave, musicalissima ed uniforme in ogni registro del soprano albanese Enkeleda Kamani, donano al personaggio di Gilda il suo giusto spessore di fanciulla inesperta, ma con forza di volontà ben celata, privandola grazie alla lettura di direttore d'orchestra e regista, di ogni atteggiamento infantile o da coquette che spesso viene affibbiato alla povera figlia del protagonista. Da rimarcare un “Tutte le feste al tempio” cantato a fior di labbra con voce di pianto tenerissima.

Il tenore Javier Camarena è un impertinente, menefreghista Duca di Mantova, con voce svettante e ben emessa . Una voce raggiante potremmo definirla, e con acuti ben proiettati.

Alessio Cacciamani è un torvo Sparafucile, anche se la voce non risulta all'ascolto brunita e dotata di potenza come ci si aspetta da chi interpreta il sicario borgognone. Ma il cantante è corretto e musicale e rende bene il personaggio scenicamente.

Analoga impressione anche per la sorella Maddalena, drammaturgicamente parlando, che ha la bella figura scenica e la voce di Caterina Piva, elegante nell'emissione, ma non molto incisiva e un po' più leggera vocalmente in confronto al colore e peso vocale richiesto alla bella sorella del borgognone assassino.

Colpisce l'entrata in platea del conte di Monterone cui da voce ed anima in maniera egregia ed importante Roman Lyulkin.

Come si ascoltano con piacere Valentina Corò ( una Giovanna quasi pentita dell'intrigo che sta facendo), il Marullo brunito ed efficace di Francesco Samuele Venuti, l'ardente e svettante Borsa di Antonio Gares ed il maltrattato e musicale Conte di Ceprano di Davide Piva.

Corretti Amin Ahangaran (usciere di corte) e Greta Doveri (un paggio).

Risalta per fisico ed in abiti succinti Rosalia Cid, con una voce buona come Contessa di Ceprano.

L'Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino dimostra ottima professionalità, ben seguendo la volontà musicale del direttore Frizza e donando atmosfere da brivido. Il Coro del Maggio , (Maestro del coro Lorenzo Fratini) risulta all'ascolto uno strumento unico ed affascinante, nonostante distanziamenti e mascherine imposti dalle regole anti Covid

Di grande impatto le scene di Giò Forma che a seconda del momento sono monumentali (reggia del Duca) o squallide, ma sempre aderenti al carattere impresso dal regista allo spettacolo.

Ben avvolte e sostenute dalle luci crude ed importanti di Antonio Castro dai costumi di Gianluca Falaschi e dai video di D-wok

E' una rappresentazione che suscita sentimenti diversi e forti, che resta nell'anima di chi ascolta e fa rivivere le emozioni di cui troppo spesso una pandemia prepotente come il duca di Mantova ci ha privato da più di un anno.

 
 
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