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» Recensione Nabucco di Verdi al Teatro Massimo di Palermo


Nome:Manlio Mirabile
E-mail:fm.mirabile@libero.it
Professione:Critico
Località :Roma
La schiavitù di un popolo quale emblema di una identità perduta.

Ogni riferimento alla preghiera dolente e intensa del Va' pensiero, porta al Nabucco e solo al Nabucco.

Ispirata al Salmo biblico nel quale sulle sponde dell'Eufrate il popolo d'Israele in cattività eleva struggenti preghiere perché siano restaurati il proprio tempio e il proprio regno, la preghiera troverà eco estatico tra gli Italiani oppressi dalla dominazione austriaca.

Traducendo semplicemente e magnificamente l'esperienza dolorosa di un popolo oppresso e la sua insopprimibile aspirazione alla libertà, quel canto sublime travalicherà il tempo del Risorgimento e con sommo magistero musicale continuerà a richiamare l'atroce perversità delle occupazioni che alcuni popoli impongono ad altri popoli negando loro identità nazionale e dignità di uomini.

Sintesi atipica, tocca ancora oggi e ancora più a fondo tanta umanità che umiliata nella identità e dignità cerca il riscatto con atti e forme che raggiungono la follia distruttrice.
Ma ogni esplorazione del Nabucco ristretta al Va' pensiero sarebbe amputata e illeggibile senza riferimenti a una verità di cui il testo di Solera è grondante e a cui la musica di Verdi dà una universalità perentoria, trasfigurazione del proprio tempo nel clima della cose eterne.

La verità inoppugnabile e solenne della identità nazionale e individuale che è perduta da chi è in schiavitù o in schiavitù cerca di tenere uomini e popoli.

Alla luce di tale verità si leggono i comportamenti dei personaggi del Nabucco: la tragica e dolente Abigaille creduta figlia del Re di Babilonia Nabuccodonosor scopre disperata di essere una schiava; Fenena figlia del Re innamorata dell'ebreo Ismaele rinnega la sua razza e la sua religione e si converte all'ebraismo divenendo essa stessa ebrea; il Re creduto morto in battaglia è invece vivo, richiede per sé la corona ed esige l'adorazione dovuta all'unico dio. Colpito dal fulmine scagliatogli dal Dio degli Ebrei perde con la corona la ragione e tutto il senso della sua identità personale. Riemerso dall'abisso della follia recupera il suo spirito ma sotto una nuova amara identità. Non è più Re, ma soltanto padre. Un padre afflitto che invoca presso Abigaille già sua schiava e ora Regina la liberazione della figlia Fenena ormai ebrea condannata.

La verità della identità nazionale e individuale, perduta e ricercata, è dunque quella che Solera con l'incanto di un libretto poetico affida a Verdi e che Verdi traduce nella sontuosa magnificenza della sua musica.

Una musica nuova, gladiatoria, impetuosa, corale, senza riccioli e sospiri, senza frizzi e ciprie settecenteschi, la cui potenza innovatrice si manifesta immediatamente nella sequenza che accosta la trascinante Sinfonia all'imponente e dolente affresco corale su cui si leva il sipario.

La Sinfonia di esordio oppone con semplicità elementare, l'elemento sacro – rappresentato dal suono iniziale degli ottoni- all'elemento marziale dopo l'interpolazione lirica del «Va', pensiero». Incendiato dal ritmo feroce del tamburo e dai colpi della grancassa possenti e incalzanti sino alla frenesia, tale elemento si trasforma in un crescendo che rapisce gli spettatori e li tiene come soggiogati fino al levarsi del sipario e all'ingresso nel tempio di Salomone degli ebrei ebbri di angoscia e di terrore.

Sul pubblico si riversa allora una tempesta sonora che dà inizio al Dramma della identità nazionale. Dramma vivo, avvincente, che nel suo protrarsi a lungo e nel coinvolgere tutti, raggiunge una tensione etica altissima.
Dramma che anticipa quello della identità personale che si esprime in forme alte e vivide nell'esordio dell'atto II di Abigaille che senza speranza e senza pace cerca la verità che racchiude.

La sua Aria impervia esprime la tragica dualità del personaggio attraverso il furore incontenibile con cui inizia (Su tutti il mio furore/Piombar vedrete!) e la pietà meditativa con cui si conclude - Piangeva all'altrui pianto,/Soffria degli altri al duol./Ah, qual del perduto incanto/ Mi torna un giorno sol?-.

Dramma individuale anche il dramma di Nabucco in bilico tra follia sterminatrice e ragione. Recuperata la quale implora ad Abigaille la salvezza della vita del suo cor!, la figlia Fenena, condannata al genocidio come il popolo ebreo.
La scena tra i due protagonisti raggiunge lo stesso vigore distruttivo e avvolgente del confronto rabbioso tra due fiere: l'una “miserando veglio! / ombra del Re”, delirante per il dolore della figlia perduta, l'altra impietosa, assetata di vendetta e di sangue tremendamente minacciosa nell'“Alfin cadranno i popoli/di vile schiava al piè”.

E' il grandioso scontro tra due titani avidi di potere, che si scagliano furenti l'un contro l'altro, nella scoperta della propria vera identità.
Schiava serbata al disonore Abigaille, Re senza trono e prigioniero, Nabucco.

In tale scontro brillano il genio di Verdi e la sua soverchiante capacità di tradurre in musica e tendere allo spasimo con l'orchestra e le voci la complessa psicologia di due giganti.

Al tema della identità individuale svolto nella scena a due, segue il tema della identità pubblica che si esprime con magnificenza e solennità nel coro del Va' pensiero e nella seguente profezia di Zaccaria, che ai toni imploranti del coro contrappone la violenza verbale e invettiva del Gran Pontefice alla guida spirituale del suo popolo: Del futuro nel buio discerno…/ ecco rotta l'indegna catena!.../ piomba già sulla perfida arena / del leone di Giuda il furor!. In essa vibra già tutta l'energia necessaria alle metamorfosi finali delle idealità nelle realtà. Nabucco si converte e invoca perdono al Dio di Giuda, Dio verace e onnipossente, ma appena liberata Fenena, ardente di fiamma insolita torna il Re dell'Assiria.

Di fronte allo scettro ritrovato di Nabucco purificato dalla superbia che lo aveva spinto a proclamarsi Dio, Abigaille s'avvelena e morente invoca dal Dio degli Ebrei il perdono e da Fenena la promessa di non maledirla.
E' l'ultimo canto nei rantoli della morte di una donna condannata a ignorare per sempre la propria identità, misteriosamente racchiusa in lei come da sempre e per sempre in ogni uomo o popolo oppresso.

Nella ripresa al Massimo di Palermo splendono di luce intensa e rara la Abigaille di Amarilli Nizza, veemente nell'amaro sogghigno a Ismaele da lei amato non riamata, tenera nell' Aria della parte II “Anch'io dischiuso un giorno / Ebbi alla gioia il core”; intensa nella drammaticità dello scontro con il Re, intensa nella implorazione finale del perdono a Fenena “Su me... morente... esanime... /Discenda... il tuo perdono!../ Fenena!...”. Un magistero di canto memorabile per mobilità del fraseggio, vastità della gamma di accenti, perfetta adesione delle tonalità della voce e della gestualità scenica al dettato del libretto.

Roberto Frontali nobile e attento nel canto, appare tuttavia privo della tavolozza di colori vocali necessaria alla esplorazione psicologica di Nabucco. Tremino gli insani del mio furore…/ Vittime tutti cadranno omai! richiede toni cupi, imperiosi e tremendi ben diversi dai toni pacati, tremuli, intimi richiesti dalla intimità della invocazione in ginocchio del perdono: Dio degli Ebrei, perdono! Dio di Giuda! L'ara, il tempio / a te sacro, / sorgeranno… A un siffatto limite vocale si aggiunge una recitazione generosa ma priva di gestualità, presenze sceniche cangianti, necessarie a dare sbalzo a tutto tondo alle rilevanti metamorfosi umane di una figura altalenante tra l'orgoglio superbo di un Re vittorioso e la pietà di un padre prigioniero e folle, di un personaggio ora Assiro ora Ebreo ora di nuovo Re degli Assiri nella continua ricerca della sua identità.

In forma smagliante per duttilità, emissione e autorevolezza scenica Roberto Scandiuzzi, Zaccaria autentico Gran Pontefice degli Ebrei, maestoso e solenne nel canto della profezia che preannuncia la fine della schiavitù degli Ebrei e la distruzione di Babilonia.
Il suo cavernoso esordio della profezia assume tutta la potenza della voce divina che sovrastando le vicende e le ambizioni degli uomini, parla dai nembi del cielo per imporre la Sua Sacra Legge. Il suo canto dà tangibilità all'intervento del soprannaturale, incarnato dal fulmine che rende folle il protagonista, mentre il suo ultimo monito, “E Servendo a Jehovah, sarai de' regi il re!...” è cantato con una soavità che rende palpabile la possibile armonia politica del mondo solo nell'ascolto della voce di Dio.

Felice sorpresa la figura di Ismaele del giovanissimo Thiago Arancam, pur se nel Nabucco Verdi è stato per la voce di tenore assai avaro di recitativi, arie o cabalette e Solera ha descritto un personaggio marginale e di lieve appoggio.

Sacrificata in una parte assai povera la voce di Anita Rachvelishvili, reduce dai trionfi di Carmen alla Scala.
Eppure il suo “Oh, dischiuso è il firmamento! / Al Signore lo spirito anela... dopo la cupe e lugubre marcia funebre che la precede consegna una memorabile estasi esaltante di lirico rapimento mistico.

A guidare tale cast di alto livello assieme all'orchestra del Massimo c'era Paolo Arrivabeni, al quale va riconosciuto il merito di aver saputo costruire un legame stretto ed eloquente tra la irruenza della musica e la solidità del libretto, tra le colorazioni dell'orchestra, ottoni e strumenti a percussione in particolare, e tutti i personaggi in scena, incluso il superbo coro diretto con maestria senza eccezioni da Andrea Faidutti.

Eccezioni possono essere forse fatti al Mº Arrivabeni nei tempi scelti per la Sinfonia. Tempi assai più consoni a una meditazione perpetua, che non al deflagrare di azioni e reazioni frementi di cui è intessuta tutta la partitura.

Ultima considerazione merita assolutamente la regia di Saverio Marconi. Una impalcatura scenica fatta essenzialmente di due componenti mobili: un rotolo immenso tarsiato da caratteri sumeri, simbolo della storia di quel popolo e della Storia universale, e delle gradinate mobili che rappresentano l'interno del tempio o gli orti pensili. Straordinaria l'intuizione dell'emergere del popolo ebreo dalla cappa del rotolo prima di intonare la celebre preghiera.
La dolente invocazione “infondere al patire virtù” che in essa vibra, si libera così dalla temporalità degli avvenimenti dell'opera per assurgere a messaggio universale senza luogo né tempo.

Risultati eccellenti senza eccessi di risorse. Merito della direzione artistica e della sovraintendenza del Teatro Massimo che hanno saputo inaugurare la stagione teatrale con una sagace e attraente distribuzione dei ruoli a un cast altissimo in un' opera immensa, senza nulla togliere al rigore nella gestione delle risorse disponibili. Trionfo meritato e tributato senza riserve.

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